Il vero significato di «perfidus» nella messa latina

Egregio dottor Granzotto, sul significato dell’aggettivo latino perfidus il dizionario latino-italiano di F. Calonghi (Rosenberg & Sellier, Torino 1964) non ammette dubbi. Vi è un significato numero uno: perfido, sleale, traditore, falso. E un numero due, traslato: infido, mal sicuro, ingannatore. Gli autori che lo usano in questo senso vanno da Cicerone (1° sec. a.C.) a Floro (2° sec. d.C.). Certo la lingua latina non finisce con Floro e per avere notizie precise sul significato del termine in età tardo-antica, cristiana e medioevale occorrerebbero strumenti ben più ampi e precisi rispetto al pur pregevole Calonghi; purtroppo, in questo momento, non ne ho a disposizione. Ma qualche lettore che frequenti una facoltà di Lettere e Filosofia e che abbia accesso a detti strumenti potrebbe fornire un contributo decisivo sulla questione.


Sono centinaia, caro Vitelli, le parole che nel passaggio dal latino al volgare hanno finito per assumere un significato non corrispondente all'originale. Prenda «cattivo»: sta per «malvagio», «che ha tendenza a compiere il male», eppure trae dal latino captivus che significa tutt'altro, significa «prigioniero», «catturato» (tant'è che «cattività», mantenendo il significato originale, corrisponde a «schiavitù», «prigionia»: niente a che vedere, dunque, con la cattiveria). Fu la predicazione cristiana, tesa a sottolineare il triste destino del captivus diaboli di colui che diventava prigioniero del demonio, a favorire il cambiamento di significato. Captivo e quindi «cattivo» finì infatti per esprimere direttamente lo stato moralmente riprovevole del peccatore. Lo stesso vale per «perfido». Aggrappandosi al passo della preghiera del venerdì santo «Oremus et perfidis Judaeis ut Deus et Dominus noster auferat velamen de cordibus eorum», per denunciare la scorrettezza politica di quel perfidis Judaeis e di conseguenza l'ignominia del ritorno al rito tridentino, i furibondi oppositori della Messa in latino prendono dunque fischi per fiaschi. Perché all'origine perfidus sta a significare «che manca di fede». E così come captivus ha mantenuto il suo antico significato nel termine «cattività», perfidus lo mantiene nel vocabolo, desueto ma appartenente a pieno titolo alla lingua italiana, di «perfidiare». Il cui significato è: ostinarsi a non voler credere alla verità.
Che poi in senso lato (e laico) «che manca di fede» - fede qui nel valore di «osservanza delle cose promesse» e dunque di «fedeltà», «onestà», «lealtà» - voglia dire «disleale» e quindi «malvagio», è un fatto. Lo stesso Cicerone, da lei citato, caro Vitelli, come testimone a carico, così si esprimeva: «perfidiosum est fidem frangere», che credo non serva tradurre. Però, ed eccoci al punto, la Chiesa non si esprime in senso lato. E anzi, è puntigliosissima quando mette nero su bianco. Per cui, la traduzione del passo dell'orazione del venerdì santo suona così e solo così: «Preghiamo anche per gli ebrei privi di fede affinché il Signore Dio nostro tolga il velo dai loro cuori». Niente di più politicamente corretto.