Ma il vero superuomo rinasce come superdonna

Il più bel complimento fatto a Nietzsche (ma non ai nietzscheani) è di Georg Simmel e porta la data del 23 ottobre 1897. «Non vi è nulla di più facile del “confutare” Nietzsche. Le metamorfosi a balzi del suo sviluppo speculativo, il violento fantasticare con cui interpreta la storia, le contraddizioni logiche della sua immagine del mondo sono talmente palesi da far sì che il problema scientifico nei suoi confronti non possa affatto consistere nel dimostrare i suoi errori, ma nello spiegare come mai, nonostante questi errori, egli abbia potuto suscitare impressioni tanto profonde non soltanto presso quanti vanno matti per le mode letterarie o adorano la bella forma».
La forza dell’autore consisterebbe nel fascino più che «letterario» della sua opera, nel suo essere filosofo nonostante se stesso. La considerazione compare nella recensione al saggio di Ferdinand Tönnies Il culto di Nietzsche. Infatti, un autentico «culto» era fiorito, in tutta Europa, intorno alle povere membra e alla mente disastrata del padre del Superuomo che morirà di lì a tre anni. Con la catastrofe torinese del gennaio 1888 era calato il sipario sulla persona di Nietzsche, ma se n’era alzato un altro, ben più pesante, sul Nietzsche maestro-guru. «Fenomeno psicopatologico», «borghese», «aristocratico», «teorico del capitalismo», «socialdemocratico», «anarchico», «evoluzionista»: le etichette applicategli nel giro di cinque-sei anni sono molte, e tutte in qualche misura storte, posticce.
E ancor oggi sul corpus di Nietzsche permangono le stimmate di quelle e altre appropriazioni indebite. Riveduto e... scorretto dalla sorella Elisabeth in chiave materialmente (e non eticamente) volontaristica e reazionaria, il Nostro subì l’Anschluss da parte del delirio nazista che se lo appuntò al petto come una medaglia intellettuale, ignorando o fingendo d’ignorare, fra l’altro, il suo più volte dichiarato anti-antisemitismo. Filtrato dai disastri novecenteschi pre e post Terzo Reich, di Nietzsche è rimasto soltanto l’ectoplasma nichilista, recentemente oggetto delle critiche papali, mentre la sua estetica, il suo umanesimo, il suo illuminismo sono confinati nello sgabuzzino degli studi specialistici.
Per gustare tutto Nietzsche occorre leggerlo con animo sgombro da pregiudizi. Lo scrisse Mazzino Montinari, con Giorgio Colli esegeta principe del filosofo: «Chi, nel leggere Nietzsche, non senta di respirare liberamente, deve starne lontano, per non diventare una caricatura, per non finire nietzscheano». Ma può servire anche ripercorrerne la parabola con l’aiuto di chi ebbe con lui una frequentazione tanto breve quanto intensa. Come Louise Andreas-Salomé (nella foto sotto) che egli forse amò di un amore maschile e che godette della sua stima, oltre che di un’intimità e di una consonanza tutte femminili. In una lettera ad Elisabeth, suprema nemica di Lou, Friedrich scrive: «Di tutte le conoscenze che ho fatto, quella con Lou è una delle più preziose e delle più feconde. Solo a partire da questo rapporto divenni maturo per il mio Zarathustra». Ora, a trent’anni dall’edizione Savelli, Friedrich Nietzsche in seinen Werken, scritto dalla zarina del suo cuore nel 1894, torna nelle nostre librerie (Friedrich Nietzsche, SE, pagg. 226, euro 24, a cura di Enrico Donaggio e Domenico M. Fazio, con ricca appendice iconografica).
Ci voleva proprio una donna per valorizzare come meritano alcuni snodi del pensiero nicciano. Per esempio il rapporto uomo-donna: «Gli animali la pensano diversamente dagli uomini riguardo alle donne: per loro la femmina è un essere che produce \. La gravidanza ha reso le femmine più miti, più caute, più timorose, più contente di soggiacere: allo stesso modo la gravidanza dello spirito genera il carattere del contemplativo che è affine a quello femminile» (La gaia scienza, 72). Lo spirito è dunque gravido, e attende maternamente i propri frutti. Quanto alla sfera religiosa, Lou scrive: «La possibilità di trovare nelle forme più diverse della divinizzazione di se stesso un surrogato “per il Dio perduto”: è questa la storia del suo spirito, delle sue opere, della sua malattia». E ancora, a proposito della solitudine: «La questione fondamentale di Nietzsche non riguardava la storia dell’anima umana, ma il modo in cui la storia della sua propria anima poteva essere intesa come quella dell’umanità intera». E il ritmo (verrebbe da dire wagneriano) impresso alla vita dall’«eterno ritorno»? Non una conquista dell’intelletto, ma l’angosciosa scoperta di una dannazione: «La quintessenza della dottrina del ritorno, la sfavillante apoteosi della vita \ costituisce un’antitesi così profonda al suo tormentato modo di sentire la vita stessa, da darci l’impressione di una maschera sinistra».
Il tragico Nietzsche che in Ecce homo confessava di amare L’Aquila in quanto «antitesi di Roma» (e la cosa, oggi, pare un sinistro presagio), l’ostaggio di tanti seguaci traditori, ci guarda negli occhi, dalle pagine di Lou, e par che dica: «E se un giorno la mia intelligenza mi abbandonerà \ possa almeno il mio orgoglio volar via con la mia follia! - Così cominciò il tramonto di Zarathustra». È il prologo del profeta. Sembra un’alba, ma è lo struggente tramonto di un uomo.