Veronesi, il «Caos» più che calmo è proprio noioso

Raccontare il dolore senza conoscerlo è materia riservata ai grandi scrittori

In Ricordati di me di Gabriele Muccino un professionista in crisi con antiche e frustrate velleità di scrittore, rilegge alla sua ragazza di un tempo le pagine del romanzo mai finito su cui si erano arenate le sue ambizioni. Raccontano il diario minimo di un eroe del nostro tempo, un po’ ombelico del mondo, un po’ testimone passivo della vita. Nei titoli di coda del film l’autore del testo usato nella finzione cinematografica risultava essere Sandro Veronesi, cosa che, da semplice spettatore, chi scrive aveva subito intuito. C’è nella scrittura di Veronesi una vacuità che è soltanto sua, la capacità di dir nulla come se stesse invece raccontando chissà quale storia...
Fiorentino, classe 1959, fratello del regista Giovanni, vincitore cinque anni fa di un Campiello e di un Viareggio con La forza delle cose, Veronesi è uno che per l’anagrafe non ha fatto in tempo a fare il ’68, e quindi la contestazione, ma ha avuto l’età giusta per il ’77 e quindi la ribellione. Si è laureato in architettura, ma non ha mai disegnato una casa, ha cominciato a collaborare all’Unità, quando ancora era l’Unità, ma ora scrive per il Corriere della Sera... È insomma il prototipo perfetto di un certo tipo di intellettuale italiano, oggi intorno ai cinquanta, che ha attraversato gli anni di piombo, il riflusso, la caduta del Muro di Berlino, con l’idea di essere sempre all’opposizione quando invece era saldamente dentro il ventre del sistema: contatti giusti, contratti buoni, una spruzzata di moralismo progressista, una manciata di romanzi ben recensiti.
Intendiamoci, Veronesi non è un cattivo scrittore. Ha il senso dei dialoghi, riesce a tenere insieme una storia, ha una mano felice soprattutto nei ritratti che riguardano l’infanzia, è sorretto persino da quella giusta consapevolezza delle proprie doti che non gli impedisce di mettersi in gioco.
Cos’è allora che non funziona e che rende questo suo nuovo romanzo, Caos calmo (Bompiani, pagg. 450, euro 17,50), vacuo quanto gli altri, una lettura di cui nel giro di una settimana non ti resta più nulla? Caos calmo racconta l’elaborazione di un lutto. Un uomo arrivato e appagato, buon stipendio, bella casa, una compagna e una figlia, si ritrova improvvisamente vedovo. Nel vuoto che lo afferra costruisce un sistema di difesa atto almeno a preservare la figlia, una sorta di presenza costante che lo induce a fare a meno del lavoro e a passare le sue giornate sotto la scuola di lei, dal mattino sino alla fine delle lezioni... E in questa attesa e per questa scelta diviene una sorta di parafulmine delle crisi altrui, parenti, amici, colleghi di lavoro...
Tutto questo avrebbe un senso se Veronesi, come uomo o come scrittore, avesse una cognizione del dolore. Ma così non è e una annotazione biografica aiuta a spiegare meglio il perché. Il romanzo è nato dalle pieghe e dalle piaghe di un matrimonio finito male. Per superare il trauma privato e personale lo scrittore ha trasformato la separazione in morte: la moglie vera l’ha lasciato, la moglie della finzione defunge. Veronesi racconta la prima come se fosse la seconda, ma ahimè, non è la stessa cosa. Se non si conosce il dolore raccontarlo è un’impresa, a meno che non si sia grandi scrittori. Veronesi non è un grande scrittore, è un bravo scrittore, appassionato del suo io, che è però un io minimalista, perfettino, senza sbavature: qualche canna o qualche pista di coca come massimo della trasgressione, l’idea che i «giochi di bocca», per usare un delicato eufemismo, non siano politicamente corretti e però deliziosamente eccitanti, l’idea che sodomizzare una donna sia l’apice della brutalità maschilista e però, come dire, non sia poi così male...
Veronesi è un notevole osservatore del costume. Ci sono alcuni suoi pezzi giornalistici, una visita alla casa del Mulino bianco Barilla, una cena al Connaught di Londra, perfetti nelle sfumature, nei tempi, persino nello stile, di solito il suo lato più sciatto. La descrizione è la sua forza, ma gli fa difetto la coscienza: è abituato troppo bene, si piace, crede di essere nel giusto, magari si macera nel dubbio, ma è sempre come se ti strizzasse l’occhio, è una specie di collezione Harmony per uomini (momentaneamente) soli. Il caos sarà anche calmo, ma è così prevedibile, così noiosamente inutile.