La vertigine dell’ipertesto

Siamo di fronte alla più grande rivoluzione nel mondo dei libri dopo l’invenzione di Gutenberg

Monolingue o poliglotta, il mondo della comunicazione elettronica è un mondo di sovrabbondanza testuale, nel quale l’offerta dello scritto supera di gran lunga la capacità dei lettori di appropriarsene. Spesso la letteratura ha denunciato l’inutilità dei libri accumulati, il numero eccessivo di testi. Tale diagnosi ha fatto da contraltare a tutti i discorsi celebrativi che, a partire dal quindicesimo secolo, esaltano l’invenzione di Gutenberg. Essa esprime una inquietudine persistente di fronte a un mondo testuale cha ha proliferato, divenendo incontrollabile. \l
Ne deriva una domanda sul presente: in che modo pensare la lettura, di fronte ad un’offerta testuale che la tecnica elettronica accresce ancor più che l’invenzione della stampa? Scriveva nel 1725 Adrien Baillet, in un’opera intitolata Jugemens des savants sur les principaux ouvrages des auteurs: «C’è ragione di temere che la moltitudine dei libri, che aumentano prodigiosamente ogni giorno, faccia cadere i secoli futuri in uno stato altrettanto deprecabile quale quello in cui la barbarie aveva gettato i secoli passati allorché iniziò la decadenza dell’Impero romano». Aveva ragione Baillet, siamo caduti in una barbarie testuale simile a quella subentrata alla decadenza dell’Impero romano? Per rispondere a questa domanda, bisogna distinguere con estrema attenzione i vari registri sui quali influiscono i cambiamenti che caratterizzano la rivoluzione del testo digitale: anzitutto l’ordine dei discorsi, poi l’ordine delle ragioni, infine l’ordine delle proprietà.
Con l’ordine dei discorsi ci troviamo di fronte alla rottura senza dubbio più importante. Nella cultura scritta, così come la conosciamo, quest’ordine è stabilito in base alla relazione tra alcuni oggetti (la lettera, il libro, il giornale, la rivista, il manifesto, il formulario, ecc.), alcune categorie testuali e alcuni usi dello scritto. Questo legame, che associa tipi di oggetti, classi di testi e forme di lettura, è il risultato di una sedimentazione storica di lunghissima durata, che rimanda a tre innovazioni fondamentali. La prima compare nei primi secoli dell’era cristiana, allorché il codex a noi noto - e cioè un libro costituito da fogli e pagine assemblati in una stessa rilegatura o copertina - prende il posto del rotolo o volumen, il libro dei lettori greci e romani, che aveva una struttura completamente diversa.
La seconda rottura si colloca nel quattordicesimo e quindicesimo secolo, prima dell’invenzione di Gutenberg, e consiste nella comparsa del «libro unitario», per usare l’espressione di Armando Petrucci. Esso racchiude in un’unica rilegatura le opere di un solo autore, o anche una sola opera. Se questa realtà materiale era la regola per le compilazioni giurisprudenziali, per le opere canoniche della tradizione cristiana o per i classici dell’antichità, non era così per i testi in volgare che, in genere, si trovavano riuniti in miscellanee composte da opere con date, generi o lingue diverse. \ La terza rottura è, ovviamente, l’invenzione del torchio da stampa e dei caratteri mobili a metà del Quattrocento. A partire da quel momento la stampa diventa la tecnica più adoperata per la riproduzione dello scritto \.
È questo ordine dei discorsi ad essere messo in discussione dalla testualità elettronica. \. Tutti i testi, qualunque essi siano, sono prodotti o recepiti su di un medesimo supporto e in forme molto simili, decise in genere dal lettore stesso. In questo modo viene creata una continuità testuale che non differenzia più i generi a partire dalla loro iscrizione materiale. Da ciò sorge l’inquietudine o la confusione dei lettori che devono affrontare e superare la scomparsa dei criteri maggiormente interiorizzati che permettevano loro di distinguere, classificare e gerarchizzare i discorsi.
Ne deriva che è la percezione delle opere in quanto tali a diventare più difficile. La lettura di fronte allo schermo è generalmente una lettura discontinua, che a partire da parole-chiave o rubriche tematiche ricerca il frammento di cui vuole impossessarsi: un articolo in una rivista elettronica, un passo in un libro, un’informazione in un sito, e questo senza che la totalità testuale da cui questo frammento viene estratto debba necessariamente essere conosciuta nell’identità e nella coerenza che le sono proprie \.
Quanto all’ordine dei discorsi, il mondo elettronico presenta una triplice rottura: propone una nuova tecnica di iscrizione e di diffusione dello scritto; invita a una nuova relazione con i testi; impone a questi una nuova forma di organizzazione. \ È dunque una rivoluzione che, per la prima volta nella storia, al contempo associa una rivoluzione nella modalità tecnica di riproduzione dei testi (come l’invenzione della stampa), una rivoluzione nel supporto dello scritto (come la rivoluzione del codex) e una rivoluzione nell’uso e nella percezione dei discorsi (come le varie rivoluzioni della lettura). \.
Il vivace dibattito suscitato negli Stati Uniti dalla pubblicazione del libro del romanziere Nicholson Baker, Double Fold. Libraries and the Assault on Paper, dedicato agli effetti deplorevoli della microfilmatura delle raccolte di libri e giornali, mostra che il timore di nuove distruzioni, questa volta a seguito della digitalizzazione, non è privo di fondamento. A partire dagli anni Sessanta il Council on Library Resources ha sostenuto una politica di trasposizione su microfilm di milioni di volumi e periodici, con una doppia giustificazione: la necessità di svuotare i magazzini delle biblioteche per far posto alle nuove acquisizioni e la conservazione dei testi su un nuovo supporto. Questa politica ha raggiunto una forma parossistica nel 1999, in Inghilterra, dove la British Library decise di vendere o distruggere tutte le raccolte di quotidiani statunitensi successivi al 1850, dopo averli microfilmati. Le conseguenze sono state disastrose su entrambe le sponde dell’Atlantico, dando luogo alla scomparsa di intere raccolte, distrutte durante lo stesso lavoro di microfilmatura o smembrate \.
Non bisogna dimenticare questa lezione, oggi che le possibilità offerte dalla digitalizzazione accrescono il numero delle raccolte accessibili a distanza, ma allo stesso tempo rafforzano l’idea che un testo è sempre lo stesso, qualunque sia il formato, stampato, microfilmato o digitale. Si tratta di un errore fondamentale, perché i processi attraverso i quali un lettore attribuisce un significato a un testo dipendono, più o meno coscientemente, non solo dal contenuto semantico del testo, ma anche dai formati materiali attraverso i quali questo è stato pubblicato, diffuso e recepito. È dunque essenziale che sia preservata la possibilità di consultare i testi nei formati che hanno assunto di volta in volta e che le tecniche di riproduzione non comportino la distruzione degli oggetti che hanno trasmesso questi testi in passato. \
La molteplicità delle forme, dunque dei significati di uno stesso testo, fonda il ruolo decisivo che le biblioteche devono giocare nel nostro presente e nel nostro futuro. Certamente la rivoluzione elettronica ha dato l’impressione di annunciarne la fine. La comunicazione a distanza dei testi elettronici rende pensabile, se non immediatamente possibile, la disponibilità universale del patrimonio scritto, senza più imporre la biblioteca come luogo obbligato di conservazione e comunicazione di tale patrimonio \ Il sogno appare affascinante. Ma non deve condurci fuori strada. Oggi più che mai, in effetti, uno dei compiti essenziali delle biblioteche è di raccogliere, tutelare, censire e rendere accessibili gli oggetti scritti del passato. Se le opere che hanno contribuito a trasmettere fossero comunicate o, peggio, fossero conservate esclusivamente in formato elettronico, grande sarebbe il rischio di vedere perduta l’intelligibilità di una cultura testuale inseparabile dagli oggetti che l’hanno trasmessa \.
L’immagine della navigazione in rete, divenuta così familiare, indica in modo calzante le caratteristiche di un nuovo modo di leggere, segmentato, frammentato e discontinuo. Se essa si addice ai testi di natura enciclopedica, frammentati in virtù della loro stessa costruzione, essa rimane però turbata o disorientata dai generi la cui appropriazione presuppone una lettura continua, una familiarità prolungata con l’opera e la percezione del testo come creazione originale e coerente. \ Una delle grandi sfide dell'avvenire sta nel fatto se la testualità digitale riuscirà a superare o meno la tendenza alla frammentazione che caratterizza, al tempo stesso, il supporto elettronico e le modalità di lettura che esso propone.
Tale sfida è particolarmente viva per le più giovani generazioni di lettori che sono entrati nella cultura scritta di fronte allo schermo del computer. Nel loro caso una pratica di lettura abituata, con grande immediatezza e spontaneità, alla frammentazione dei testi, qualunque essi siano, si scontra frontalmente con le categorie forgiate a partire dal diciassettesimo secolo per definire le opere in base alla loro singolarità e alla loro totalità. La posta in gioco non è di poco conto, perché da essa dipende sia la possibile introduzione, nella testualità digitale, di dispositivi capaci di perpetuare i criteri classici di identificazione delle opere, che sono gli stessi su cui si fonda la proprietà letteraria, sia l’abbandono di questi criteri a beneficio di un nuovo modo di percepire e pensare lo scritto, considerato come un discorso continuo nel quale il lettore taglia e ricompone i testi in tutta libertà.