Vi racconto l’archivio segreto di Andreotti

Tra dossier, film e menu: le prime immagini del caveau dell’Istituto Sturzo di Roma dove in 3.500 buste è "nascosta" la storia della Repubblica. Ha tenuto biglietti e carte di papi, segretari di Stato ma anche di gente comune

Per arrivarci, bisogna prendere una porta secondaria e un po’ nascosta di palazzo Baldassini, la sede dell’Istituto Sturzo, in via delle Coppelle 35, nel cuore di Roma. E scendere una scala, come per inoltrarsi nel caveau di una banca. Ma non ci si imbatte in porte blindate e impossibili combinazioni. Soltanto un dedalo di stanze sotterranee con il soffitto a botte, corredate di spartane pareti metalliche, che scorrono su binari per poter essere avvicinate una all’altra, e così guadagnare spazio prezioso. Eccolo qui, il mitico archivio di Giulio Andreotti, che copre seicento metri lineari di superficie. Il «tesoro» del grande vecchio della politica nostrana, che compie novant’anni il 14 gennaio e ha ricoperto incarichi nel governo nell’Italia repubblicana a partire dal 1947, coltivando corrispondenze di uguale accuratezza e meticolosità sia che si trattasse di papa Pacelli, di Richard Nixon o del fruttivendolo ciociaro che gli regalava una cassetta di carciofi freschi. Ecco migliaia di faldoni, o meglio di «buste», nelle quali è raccolto mezzo secolo di storia. Il «grande armadio» della Repubblica, sul quale hanno favoleggiato per decenni i cacciatori di scoop, è stato dischiuso per la prima volta alle macchine fotografiche. Chi scrive ci ha trascorso qualche ora lo scorso novembre, per delle ricerche sulla storia recente della Chiesa e in particolare sulla figura di Paolo VI.

Che cosa fosse l’archivio di Andreotti avevo potuto comprenderlo già da tre lustri. Nel 1993, l’inossidabile divo Giulio era infatti diventato direttore del mensile internazionale 30Giorni, dove lavoravo, e dovendo scrivere un articolo sui retroscena dei recenti conclavi, ricordo che mi fece tirar fuori una cartelletta gialla, contenente dei fascicoli originali corredati da foto in bianco e nero, datate 10 giugno 1963. Era un dossier del Sifar, il servizio segreto militare guidato da Egidio Viggiani, uomo di fiducia del generale Giovanni De Lorenzo. Un dossier costruito per impedire un’eventuale candidatura al papato del cardinale armeno Agagianian, «silurato» a causa della sorella Elisabetta Papikova, la quale, cittadina sovietica, era entrata in contatto con esponenti dell’ambasciata russa a Roma. Gli agenti del servizio segreto, nei loro rapporti, corredati di numerose fotografie scattate durante gli appostamenti e i pedinamenti, lasciano credere che Elisabetta Papikova, 71 anni, ospite del fratello al Collegio armeno, avesse rapporti con un agente del Kgb.

La poveretta si era soltanto rivolta a un addetto dell’ambasciata per registrarsi e nulla mai risulterà a suo carico dalle accurate indagini dei nostri 007. Ma la notizia del dossier giunse nei sacri palazzi con eccezionale tempismo e circolò tra i cardinali, impauriti dall’ipotesi che la longa manus di Mosca potesse violare il sacro recinto dell’elezione papale, scartando dalla corsa il porporato armeno naturalizzato romano. Avendo tra le mani il fascicolo – negli anni Sessanta il nostro servizio segreto ne predispose migliaia schedando mezza Italia – immaginai che l’archivio segreto del direttore Andreotti, che allora occupava un appartamento appositamente dedicato in via Borgognona 47, fosse la succursale di quello della Cia e del Kgb messi insieme. Mi sbagliavo. Potendoci finalmente accedere, grazie all’aiuto e alla gentilezza della dottoressa Luciana Devoti, l’archivista che sta coordinando per conto dell’Istituto l’informatizzazione delle schede, ho potuto fare ricerche incrociate e aprire i nastri impolverati che sigillano buste e faldoni. Così, finalmente, ho scoperto il vero segreto di Andreotti, della sua longevità politica, della pioggia di preferenze ricevute in tempi in cui le campagne elettorali non si facevano in tv, né con le email o i volantini, ma con interminabili tour de force in provincia, col porta a porta e, soprattutto, costruendo e mantenendo rapporti.

L’archivio del senatore a vita è davvero uno specchio della storia dell’Italia e del mondo dal dopoguerra ai giorni nostri. Non ci sono soltanto informative riservate, lettere di capi di stato e cardinali. Ci sono anche notizie, ritagli di giornali con appunti in calce, libri, libretti e opuscoli, biglietti di auguri. C’è la lettera con cui il Sostituto della Segreteria di Stato Giovanni Battista Montini invita Andreotti, all’epoca sottosegretario con delega al cinema, a una maggiore vigilanza sui lungometraggi che sempre più spesso vedono rappresentati preti in modo grottesco. C’è la lettera di madre Pasqualina, la potente governante dell’appartamento di Pio XII, che invia al divo Giulio come ricordo gli occhiali del Pontefice. Ci sono francobolli, medagliette, ma anche pubblicazioni di ogni tipo.

E quello che è stato trasportato allo Sturzo è un archivio ancora «vivo», vale a dire utilizzato dal suo proprietario, che lo alimenta e se ne serve per lavorare, per scrivere, per ricordare, per continuare a mantenere quei rapporti che sono all’origine della sua fortuna politica. Ci sono biglietti spediti da lettori dei libri del senatore, che offrono qualche testimonianza in più sull’argomento trattato. Tutto corredato dell’immancabile bozza di risposta, perché tutti dovevano avere il diritto di interloquire con Andreotti, da Kissinger al netturbino che chiedeva un aiuto per il figlio disoccupato.

C’è una sezione divisa in quindici diversi argomenti (Camera dei Deputati, Cinema, Dc, Discorsi, Divorzio, Elezioni, Europa, Fiumicino, Governi, Parlamento, Personale, Trieste, Scritti, Senato e Vaticano), per circa 110 «buste». E poi c’è il mare magnum delle «pratiche numeriche», per circa 2.400 «buste» e più di diecimila pratiche. Ad ogni pratica possono corrispondere uno o più fascicoli, contenenti documentazione relativa ad affari diversi. Ad esempio ci sono 80 fascicoli dedicati agli Usa e 200 al Vaticano, con gli «incartamenti» riguardanti i Papi dello scorso secolo, che Andreotti ha visto da vicino. C’è pure un grande archivio fotografico, uno sonoro e audiovisivo e persino una raccolta dei menu e dei cartoncini degli inviti ai vertici e pranzi ufficiali a cui il divo Giulio, sette volte Presidente del Consiglio, ha partecipato.

Andreotti, in occasione del compleanno, è stato intervistato per la prima volta da L’Osservatore Romano. Per il novantesimo genetliaco, non ha chiesto regali particolari, ma al quotidiano vaticano ha confidato un desiderio: «Be’, se proprio posso... magari una proroga».