Vi racconto l’Oriana che non avete mai letto

"Un cappello pieno di ciliege" arriva in libreria. Nel testo tutta la feroce irriverenza della scrittrice solitaria. Nella sua saga lo stesso piglio di quando si aggirava per Kuwait City

Del romanzo postumo di Oriana Fallaci, i lettori del Giornale sono già stati avvertiti. Lunghi brani di quella che lei stessa definì una «saga» famigliare sono già comparsi su queste pagine la settimana scorsa. Sicché molti, fra quanti la amarono come scrittrice e come indomita polemista, sanno già di che si tratta. Non gli resta che avventurarsi in libreria, e tuffarsi fra le ottocento e più pagine di Un cappello pieno di ciliege (Rizzoli), per scoprire il resto: quel che i giornali non hanno detto e che l’Oriana andò affinando negli anni in cui disertò misteriosamente la ribalta, prima che l’11 Settembre la costringesse a uscire dal suo autoesilio newyorchese e a balzare inferocita di nuovo sulla scena. Nel suo romitaggio americano, Oriana lavorava a questa storia - la sua, quella della sua famiglia, quella di un’epoca - sapendo che sarebbe stata l’ultima, «ora che il futuro» le si era «fatto corto», e le «sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra».

Stava nella sua bella casa di New York da sola, l’Oriana. Senza amici, senza un compagno, senza figli. Si sapeva prepotente, narcisa, di un egocentrismo senza limiti; e forse per questo, strada facendo, aveva accettato di buon grado, o suo malgrado, quel che il destino, e il carattere, avevano apparecchiato per lei: una orgogliosa, spavalda solitudine, alimentata da un sentimento tragico dell’esistenza.
Oriana Fallaci non era una donna simpatica. E ci teneva. Dura, aggressiva, sprezzante, perdutamente invaghita del suo ruolo di star, aveva nei confronti di chi come lei scriveva sui giornali lo stesso atteggiamento di un ippopotamo a passeggio sui bordi di uno stagno. Gli ippopotami sanno che esistono le rane, ma non se n’è mai visto uno cambiare strada o trattenere il passo per timore di calpestarne una.

I giornalisti (ma non vorrei mancare di rispetto alla sua memoria: giornalisti eravamo noi. Lei era la scrittrice, anzi lo Scrittore, ed esigeva che si dicesse così: Scrittore). I giornalisti non le perdonavano - pur riconoscendone i meriti - il fragoroso, imperdonabile successo. E lei, altera, non faceva nulla per farselo perdonare. Poteva permetterselo, intendiamoci. Pochi - Indro Montanelli, Curzio Malaparte, per restare nel campo dei giornalisti-scrittori - sono stati capaci di esercitare la stessa arte fascinatoria sui lettori. Oriana Fallaci conosceva quell’arte. La solitudine - una solitudine feroce, monacale, piantata orgogliosamente in un deserto di affetti - è il prezzo che lei, come Montanelli del resto, aveva scelto di pagare alla vita e al mestiere.
Me la ricordo a Dahran, base logistica saudita da dove partivano gli attacchi aerei americani su Bagdad (gennaio 1991, prima Guerra del Golfo). Il Corriere della Sera, su quel teatro di guerra, aveva già schierato un inviato del calibro di Ettore Mo. Ma lei mordeva il freno. Quella era la prima grande guerra americana dopo il Vietnam, e Oriana giudicava ridicola, intollerabile l’idea di non esserci. Aveva già 61 anni, e i sintomi della malattia che molti anni dopo l’avrebbe uccisa si erano già manifestati. Ma lei, in quelle dure giornate, continuava a fumare indomita, sfidando anche il cancro.

Quella guerra, che si svolgeva con regole diverse dal passato, l’aveva tuttavia presa in contropiede. Lei, che si era fatta il Vietnam, pensava di poter raccontare anche questa guerra stando in prima linea, con l’elmetto calcato sul capo, come nella celebre foto che avete in mente. Ma i tempi del generale Westmoreland, che a Saigon aveva messo a disposizione dei giornalisti perfino gli elicotteri, erano finiti da un pezzo. Dai tempi della crisi di Panama, per lo meno.
Le guerre sono una sporca faccenda, e a farle raccontare spensieratamente ai giornalisti (come accadde in Vietnam) si finisce prima per perdere il consenso dell’opinione pubblica e poi anche le guerre. Gli americani hanno imparato la lezione a Saigon, e da allora non hanno più ripetuto l’errore. In prima linea, nel Kuwait occupato dagli irakeni, ci andavano solo i combat pool: gruppi di giornalisti (americani e inglesi, per lo più: gente fidata, di buon comando) ai quali il generale Norman Schwarzkopf, il comandante in capo, faceva vedere solo quel che voleva lui: il teatrino della guerra, non la guerra vera e propria, che già allora peraltro era poco visibile, giocata com’era quasi tutta dal cielo.

Nei combat pool Oriana non riuscì a trovare posto. Lo stato maggiore di Desert Storm ne temeva il becco e gli artigli, e con una scusa elegante («lei è troppo importante - le dissero - per contentarsi di un reportage parziale, in cui sarebbe troppo vincolata dalle regole del gioco») la tagliarono fuori. Cercò un’intervista col generale Schwarzkopf, ma anche quella le fu negata. Riuscì tuttavia a imbarcarsi su un aereo-cisterna che riforniva in volo i caccia statunitensi. E ne trasse un memorabile articolo, che il Corriere le pubblicò con il decoro che lei meritava e irosamente pretendeva.
Dormiva nel nostro stesso albergo, il «Meridien» di Al Khobar. Ma consumava i suoi pasti da sola, sdegnosa, a un tavolo lontano da quello degli altri giornalisti italiani. Una donna magra, ossuta, già segnata dagli anni e dalla malattia, sola, che non dava e non sollecitava confidenza. Ma era evidente che si rodeva per il poco che riusciva a cavare da quella storia. Le fece compagnia una sera Ettore Mo. Un po’ perché militavano sotto la stessa bandiera; e un po’ perché Ettore si credette in dovere di fare il gentiluomo. Ma fu una cena fredda, intessuta di poche parole.

Raccontavano, in quei giorni, che Oriana Fallaci avesse chiesto al Corriere (pretendendo di vederselo riconosciuto per contratto) di essere lei a entrare per prima (quantomeno per la testata di via Solferino) nella Kuwait city liberata. Fu accontentata. Noi eravamo in città alle 11 del mattino. Lei arrivò qualche ora più tardi. Del Corriere, nessun altro.

Qualche giorno dopo la liberazione ci trasferimmo all’hotel «International», che gli irakeni avevano trasformato in una specie di grande latrina. Dai bagni erano spariti perfino i rubinetti. Molti piani erano allagati; le stanze agibili (luride spelonche prive di luce elettrica, la moquette inzuppata d’acqua) erano poche. Ci si dormiva in due, in tre. Si mangiava quel che ci eravamo portati dall’Arabia Saudita: carne in scatola, cioccolato, biscotti. Il nostro tavolo era un grande cartone rovesciato che aveva contenuto un tv color Sinudyne.
L’ultima immagine che conservo di Oriana è lì, al terzo piano dell’«International». Lo «Scrittore» ci aveva infine messi a fuoco. Per un giorno eravamo tornati colleghi. Cercava un giaciglio, una stanza da condividere con qualcuno. Nella luce fredda, opaca, del corridoio si vide a un tratto la sua silhouette. In mano brandiva qualcosa. Qualcosa di assolutamente prezioso a quelle latitudini. Proponeva un baratto. Si avvicinò. Quel che aveva in mano sembrava, era, ma sì, era proprio una bottiglia di vino.