«Vi racconto mio padre, medico dei bimbi, con la borsa in pelle...»

Caro direttore,
ho letto sul suo giornale la lettera «indignata ed arrabbiata» della signora Valeria Pelli di Roma sul perché «i pediatri non visitano più a casa». Be’, io sono la figlia di un pediatra «con la vocazione» come lo definisce lei, che, per dispiacere suo e della signora è in pensione. Perché le scrivo? Semplice: perché quelle che la signora Valeria le espone sono le stesse, identiche cose che gli ex clienti di mio padre dicono ogni giorno, rimpiangendo a tal punto il suo pensionamento da continuare a cercarlo al cellulare, a casa, pur di essere certi che lui vada a visitare i loro figli. E lui ci va, glielo assicuro. No, non è affetto il loro: è disperazione, che io leggo nei loro occhi e nelle loro voci... Disperazione dettata dal fatto di non trovare un pediatra disposto a mollare tutto (moglie e figli compresi, io ne so qualcosa) e a non avere orari (una volta è uscito ben sette volte di notte per chiamate urgenti), pur di andare a visitare un bimbo con la febbre alta. Mio padre era il classico medico «con la borsa di pelle», come lo definisce lei: era il medico che non aveva né feste, né Natale, né Pasqua, né compleanni, né ferie perché la sua professione e i suoi piccoli pazienti venivano prima di tutto, anche di se medesimo. Pensi che quando ha avuto un infarto, abbiamo dovuto caricarlo di peso in ospedale perché la sua prima preoccupazione era quella di dover visitare due piccoli gemelli, poi si sarebbe fatto ricoverare (consideri che era il 1° maggio, tra l'altro). Certo, San Felice Circeo è diversa da Roma, ma le assicuro che un posto di mare come il Circeo l'estate si popola di così tanti romani che, venendo da una realtà come quella della signora Valeria, non credevano alle loro orecchie quando chiamavano mio papà per una visita domiciliare e si sentivano dire di sì... Nonostante i suoi 80 anni (ben portati, glielo assicuro), continua a visitare, continua a fare visite domiciliari (lo vengono a prendere addirittura a casa)... Tutto questo gratis, tra l'altro, proprio perché la sua professione è una vera e propria vocazione... È scandaloso ciò che denuncia la signora Valeria: medici vecchio stampo, così come mio papà, ce ne sono pochi in Italia, proprio perché hanno ormai una certa età e, sebbene la vita si sia allungata, non sono immortali... purtroppo. Perché non è stato tramandato il loro amore per la professione ai giovani medici? Perché non è stato insegnato che la medicina è soprattutto pratica e non solo teoria? Perché non gli è stato spiegato che il motto del medico è: primum, non nocere e non: primum, pecuniam habere? Il problema, caro direttore, è all'università di medicina. È la cosiddetta «scuola dei medici» che non funziona... Dunque, il segreto è «tutto lì» come dice lei: perché non basta una laurea per essere un buon professore universitario.
- San Felice Circeo (Latina)

Pubblico volentieri la sua lettera perché è un bell’omaggio a suo papà (mi sembra di vederlo con la borsa di pelle, impegnato a visitare i bambini... ) e a tutti i medici come lui, che vivono ogni giorno la professione in prima linea, come vocazione e non come ricevimento del cedolino con lo stipendio. Sono tutti vecchi ormai? In via d’estinzione? Forse sì, forse no. Certo: esistono anche giovani medici bravi e volonterosi, serietà e entusiasmo non si distribuiscono secondo la data di nascita. Però è vero che la preparazione, come dice lei, è importante. E da qualche anno a questa parte, invece, noi abbiamo come bloccato la circolazione del sapere, delle tradizioni, delle conoscenze, delle passioni. Ed è un problema grande che riguarda sicuramente i medici, come lei denuncia. Ma non solo loro, purtroppo.