VIAGGIARE La calamita dell’anima

«Viaggiare? Per viaggiare basta esistere». L’inquietudine di Fernando Pessoa è la molla dei suoi vagabondaggi interiori dentro il paesaggio sempre uguale e diverso dell’Io che si specchia negli altri. Un’inquietudine che salva la vita, perché sconfigge la noia. Eric J. Leed, autore del saggio-cult appena ristampato dal Mulino, La mente del viaggiatore (pagine 386, euro 14), introduce il suo excursus nei modi e forme del viaggiare evocando il suo primo viaggio, immemorabile più che indimenticabile, nell’agosto 1942, «quando fui portato nell’utero di mia madre da Honolulu, nelle Hawaii, a Missoula, nel Montana». Ma come esiste una dimensione individuale e a volte immobile del viaggiare, così esistono «le società viaggianti», forgiate dalla loro mobilità, ed esiste una mitologia del viaggio che va «dall’Odissea al turismo globale», dice Leed. Il viaggiare, insomma, è una categoria che con le sue voci potrebbe riempire l’alfabeto.
Avventura. Salman Rushdie sottolinea che le avventure sono legate al superamento delle frontiere, ma che per frontiere si devono intendere anche le frontiere della mente. Quindi, non c’è viaggio più avventuroso di quello interiore. L’ardito viaggio dell’Io.
Bagaglio. Saper fare i bagagli è privilegio dell'esperienza. Bisogna avere molto viaggiato per non commettere errori. Saper prevedere l’imprevedibile. Fare i bagagli è un’arte impossibile, una magia. Un tempo c’erano i bauli, e secondo Paul Morand (Viaggiare, Archinto, pagine 112, euro 5.16) «la totale sparizione dei bauli è uno degli aspetti curiosi del nostro tempo». Dai bauli dei transatlantici alle valigie in fibra o alluminio il salto ha segnato l’evoluzione dei costumi. Oggi, il logo abbinato al viaggio è uno zainetto con molte tasche.
Curiosità. È così compenetrata nella natura umana, da non potersi immaginare una creatura pensante che non sia animata da un pizzico d’interesse verso le cose sconosciute. Una divinità in terra come l’imperatore Hiroito riuscì a dar corso alla sua curiosità girando il Giappone durante l’occupazione americana e conobbe finalmente i giapponesi. Nel 1951 tornò a palazzo e smise di uscirne: «Non ho bisogno di invidiare chi viaggia - disse all’ambasciatore Usa - ora ho un bel binocolo».
Direzione. A volte, nell’incertezza della direzione da prendere, il viaggiatore doc, quello che non si affida alle guide turistiche ma all’istinto, si limita a puntare l’indice sulla mappa e a farsi trainare dalla suggestione delle parole: Nord, Sud, Est, Ovest. Il principe dei vagabondi, Henry D. Thoreau, era convinto persino che la natura possedesse «un magnetismo sottile in grado di guidarci nella direzione giusta». Perché la direzione buona è una sola.
Erotismo. C’è un erotismo del viaggio che nasce dal desiderio di libertà, dall'apertura a nuove esperienze, dalla disponibilità ad accantonare vincoli e pregiudizi e affrontare con spirito leggero, ma non per questo superficiale, gli incontri altrove. Sono ancora in molti, però, a non saper distinguere l’erotismo del viaggio dai viaggi del sesso.
Fuga. Hermann Hesse definiva il proprio vagabondare una fuga. Ma non una fuga dall’interiorità all’esteriorità, quanto dall’esteriorità all’interiorità. Ritrovare se stessi, modificando il proprio contesto. Poi ci sono i viaggi d’evasione e quelli di sparizione, da Chi l’ha visto?, quando si decide di tagliare col passato.
Giro del mondo in 80 giorni. C’è una frenesia che muove verso nuove mete lungo un itinerario scandito da lancette impazzite. Non è il viaggio in cui ci si prende tempo, ma il dover raggiungere una meta e poi un’altra e un’altra ancora per vincere una scommessa, magari con se stessi.
Hotel. La scelta dell’albergo è decisiva. Oggi, con Internet, si può scovare il difetto anche nella sistemazione all’apparenza ideale. Basta cliccare sulle foto amatoriali di chi ci ha preceduti per scoprire se il numero di stelle corrisponde alla realtà, o se il prezzo nasconde l’inghippo.
Indigeno. Racconta F. Pyrard, naufrago sulle Maldive nel 1601, che si sentì «arrivato» solo quando sopravvisse alla Febbre delle Maldive, che aveva falcidiato i suoi compagni. L’ospite o viaggiatore che supera il test può dirsi, solo allora, non più straniero ma un po’ indigeno. Come quando, più banalmente, si deve resistere alla «maledizione di Montezuma».
Lingua. L’ostacolo più grande, a volte. Ma anche un’opportunità. Adattarsi al luogo in cui si arriva significa anzitutto cercare di penetrarne la lingua. Nell’ultimo libro di Pascal Mercier, Treno di notte per Lisbona (Mondadori, pagine 431, euro 18.50), il viaggio del protagonista comincia prima di cominciare, sulla scia della seduzione di una frase pronunciata in portoghese da una donna misteriosa, a Berna.
Malattia. Si può essere così sradicati dalla propria città, dal proprio ambiente, dal proprio lavoro, da non riuscire a trovare altro conforto che nel distacco. Per dirla con un grande girovago e narratore di viaggi come Melville, «è un modo che ho io di cacciare la tristezza e regolare la circolazione». Il viaggio, insomma, può essere una malattia, e insieme la sua guarigione.
Novità. Che può far male, può non piacere. In Kashmir la bevanda nazionale è un tè con sale e soda. La prima volta è disgustoso, la seconda anche. La terza, inizia a piacerti. Ma quasi tutti si fermano alla prima.
Occhio. Si può viaggiare in tutti i sensi e con tutti i sensi. Cambiano gli odori, cambia il clima, il corpo si adatta, cambiano i suoni, le inflessioni della voce, i sapori. Ma si viaggia in primo luogo con gli occhi. Le sequenze più toccanti di Forrest Gump nel suo delirio di camminatore sono quelle in cui racconta come un sogno la sequela visionaria di paesaggi nella solitudine del suo vagabondare attraverso l'America.
Partire. Diceva Baudelaire che può dirsi viaggiatore solo chi parte per partire. Ulisse, però, partì per tornare e fu un’Odissea. C’è chi parte per non arrivare. C’è perfino chi riesce a viaggiare senza partire, come lo scrittore francese Prosper Mérimée, che pubblicò un’acclamata raccolta di poesie popolari bosniache senza essere stato in Bosnia. O come Salgari, che descrisse così dettagliatamente le isole dei pirati grazie al fatto che non c’era mai stato.
Quando. Ogni viaggio è nello spazio, ma anche nel tempo. Il senso del tempo, e dello spazio, lo spiega un aviatore del pensiero come Antoine de Saint-Exupéry: «Vai dunque laggiù? Come sarai lontano». «Lontano, da dove?».
Ritorno e Ricordare. È bello partire, è bello viaggiare, è bello tornare. Ed è bello anche ricordare, che è un po’ tornare a viaggiare.
Solitudine. Paul Bowles sottolinea che i francesi chiamano il primo incontro con il deserto «il battesimo della solitudine». Non è una malinconia, che presuppone la memoria. Qui, tutto deve ancora scriversi e l’unico compagno di viaggio è il respiro, il battito del proprio cuore. Ma oltre che solitudine, il viaggio è conoscenza. Di se stessi, e dei compagni di viaggio.
Turista. C’è una bella differenza tra turista e viaggiatore. Il viaggiatore è un camaleonte che si adatta continuamente, che vorrebbe non smettere mai di trasformarsi, un vagabondo, un nomade. Il turista, anche se viaggia, nell’animo è uno stanziale.
Umiltà. Quella che ci vuole per capire i luoghi in cui si va e le persone che s’incrociano.
Velocità. Il viaggiare lento è un privilegio. Alla scarsità di chilometri di chi viaggia sui piedi o in bicicletta, o anche in moto, o perfino in automobile, invece di muoversi in jet o in crociera di notte, fa da contrappeso l’intensità chilometrica e verticale delle percezioni.
Zavorra. Il vero viaggiatore se ne libera subito. Dice un proverbio: «Il bagaglio più pesante, è una borsa vuota».