Viaggio nel «club» dove si condivide tutto Anche diventare mamma e papà

Il «Club delle (aspiranti) mamme» ha una sede solenne che un po' intimorisce. Un edificio che sembra un antico maniero, ma che cela al suo interno la quintessenza della modernità nel settore della fecondazione assistita.

Siamo al Policlinico Sant'Orsola-Malpighi di Bologna e il logo Alma Mater Studiorum rende bene l'idea del rapporto che qui esiste tra maternità e scienza. Nell'ultimo anno grazie al centro di Procreazione medicalmente assistita (Pma) sono nati quattordici bambini: tutti «figli» di una tecnica sperimentale chiamata egg sharing. Egg sta per uovo (in questo caso sarebbe meglio dire ovulo), sharing sta per condivisione. Scopriamo così che la parola sharing non è abbinabile solo a oggetti inanimati come bike (bicicletta) o car (automobile), ma pure a organismi vitali come gli embrioni. A pochi metri dal Policlinico c'è un bar coi tavoli sotto un grande patio. Le donne del Club le riconosci subito. Hanno tutte una cartellina sotto il braccio e parlano con la competenza di un ginecologo benché, come nel caso di Selene, 31 anni, e Franca, 27, siano rispettivamente laureate in geologia e matematica: «Sull'argomento fecondazione ci siamo fatte una cultura, forse, anche esagerata. Tanto che a volte i medici sbottano, prendendoci in giro: Cara collega, prego... venga al mio posto. Magari le do anche il camice bianco e lo stetoscopio.... Alla fine si finisce per fare insieme una gran risata. Che è un modo anche per stemperare la tensione. Gestire lo stress di questa situazione non è facile. Ma la voglia di coronare il nostro sogno più grande, supera ogni barriera».

Davanti al Policlinico bolognese Selene e Franca raggiungono Laura, 38 anni, pure lei candidata a entrare nel Club delle mamme.

LO SCAMBIO

Laura ha un appuntamento con la professoressa Eleonora Porcu che del Club è l'ideatrice; o meglio, è la direttrice del centro nonché vicepresidente del Consiglio superiore di sanità (Css). Lei si illumina quando parla del suo lavoro e di ciò che l'egg sharing rappresenta per chi non può aver una gravidanza per vie naturali: «È meraviglioso specchiarsi nella felicità delle coppie che riescono a coronare il sogno di fare nascere un bebè». Un riflesso di gioia che al Sant'Orsola illumina spesso il volto delle gestanti grazie al sistema dell'ovodonazione. Semplificando, si tratta di questo: la coppia con uno dei due partner afflitto da problemi di infertilità entra a far parte di un «circolo virtuoso» in cui l'uomo fertile dona il proprio seme a un maschio «bisognoso», ricevendo in cambio dalla moglie di quest'ultimo l'ovocita da «girare» alla compagna con un deficit di sterilità.

Nella speciale community non mancano neppure le donne che fanno la fecondazione omologa regalando i gameti che non usano ad altre donne meno fortunate. È una «filosofia» che non ha nulla a che fare con i centri che acquisiscono ovuli da banche estere, come il Careggi di Firenze, considerato un ospedale di eccellenza in questo ambito. Secondo una ricerca del Bioethic Institute Ghent, le motivazioni dei donatori sono per il 48% «altruismo»; 34% «altruismo e motivi economici»; 6% «condivisione degli ovuli» e 12% «motivi economici».

Il marito di Laura è medico e si è appassionato al tema per ragioni professionali e personali: «Il problema ci tocca direttamente e quindi cerchiamo di essere informati. La verità è che a due anni dallo sdoganamento dell'eterologa, la fecondazione assistita con gameti extraconiugali (cioè ovuli o spermatozoi diversi dalla coppia di aspiranti genitori ndr) in Italia rimane al palo».

I dati ci aiutano a capire il fenomeno: in due anni meno di cinquecento interventi negli ospedali pubblici e poco più di mille in quelli privati. Perché così pochi cicli di eterologa? Mancano le donatrici e le norme che dovrebbero regolare le donazioni sono lacunose. Sul punto non è d'accordo il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin: «I miei uffici hanno compiuto tutti i passi necessari per la piena applicazione dell'eterologa».

IN ORDINE SPARSO

Ma i problemi non mancano e la conferma viene dagli stessi addetti ai lavori. «Le Regioni non si muovono in maniera uniforme, ognuno procede per la propria strada, spesso con i paraocchi dell'ideologia - denuncia il dottor Stefano Miti, autore di un saggio su I buchi neri dell'eterologa -. Prendiamo ad esempio la Lombardia, unica Regione che non ha voluto stabile un ticket, pur essendo quella con maggiori centri per la Pma. Mentre infatti il resto d'Italia si è accordato su una tariffa intorno ai cinquecento euro, in Lombardia vige un prezzo pieno che oscilla tra i 1.500 e i quattromila euro». «Su questo fronte - spiega la professoressa Porcu - muoversi privi di una linea comune è un errore, la sanità avrebbe bisogno di una specie di direttorio nazionale estraneo a qualsiasi logica politica; esigenza tanto più avvertita se sono in gioco aspetti etici importanti, come nel caso appunto della fecondazione assistita. Il principio della donazione gratuita rimane per noi basilare. Ovociti e spermatozoi sono per noi assimilabili a organi umani. E così, esattamente come è inconcepibile la compravendita di un rene o di un polmone, deve esserlo anche quella degli embrioni».

Il Sant'Orsola è l'unico ospedale italiano dove per l'egg sharing non si paga neppure il ticket. Ma c'è chi difende strenuamente il pagamento: «La pretesa secondo cui attorno alla fecondazione assistita debba muoversi un universo che considera il denaro qualcosa di immondo, è sbagliata - racconta al Giornale il dottor Stefano De Bonis che per anni ha lavorato in America -. Ovuli in cambio di soldi? Io non mi scandalizzerei. Negli Stati Uniti è una prassi consolidata, con tanto di annunci e pubblicità davanti agli atenei: non a caso le donatrici più ricercate sono le studentesse universitarie che rientrano in una fascia di età in cui la qualità e la quantità di ovuli raggiunge il top.

PAGARE O NO?

«In Italia vige invece un'intollerabile ipocrisia: la legge permette la fecondazione in vitro ma proibisce ai centri specializzati pubblici e privati di acquistate la materia prima per consentire che nascano bimbi in provetta. Tutto dovrebbe - chissà poi perché - svolgersi gratis, donazioni comprese. Un'assurdità...». «Io invece non ci trovo nulla di assurdo, anzi troverai inaccettabile eticamente un business di questo tipo - ribatte la professoressa Porcu -. La scarsità di ovociti disponibili per la fecondazione eterologa rappresenta un problema. E ciò ci ha indotto a sperimentare l'uso di quelli in giacenza a meno 196 gradi sotto zero».

Tra i 40 e i 45 anni la possibilità per una donna di ottenere una gravidanza con il propri ovociti è del 3% cento; percentuale che sale al 40% con gli ovociti di una donatrice più giovane. Al Policlinico S. Orsola Malpighi si è ottenuta lo scorso anno per la prima volta una gravidanza eterologa da un ovocita crioconservato da un decennio, donato gratuitamente dalla donna che lo aveva messo da parte per un trattamento di fecondazione artificiale omologa. Le prime gravidanze da ovociti crioconservati si sono ottenute a metà degli anni '80 del secolo scorso, ma gli eventi erano episodici e l'efficienza della tecnica bassissima. Dopo un periodo di abbandono, nel 1997 proprio gli studi di Eleonora Porcu hanno riportato al successo questa tecnica: «Restava il dubbio sulla resistenza nel tempo delle cellule sottozero e della loro sopravvivenza al momento dello scongelamento, ma le gestazione ottenute dimostrano che anche dopo un periodo lungo un risultato positivo è possibile, addirittura nel corpo di un'altra donna».

Un esito straordinario che però deve confrontarsi con obiezioni etiche. I progressi della scienza prestano infatti il fianco anche a utilizzi «strumentali». Un esempio? Indurre le giovani al congelamento della propria fertilità per posticipare una gravidanza a un'età molto più avanzata. Come dire: la scienza al servizio non della vita, ma dell'opportunismo.