Il viaggio nel silenzio delle sorelle in clausura

Rinchiudersi in convento è una scelta estrema. «La nostra è una vita fatta di preghiera e meditazione»

È la più estrema delle scelte assolute, un cammino progressivo silenzioso attraverso la spiritualità, la preghiera e il raccoglimento. Un viaggio al di là delle grate, una missione che prevede una vita contemplativa severa e radicale spesso incomprensibile alla sensibilità contemporanea. Si tratta della clausura papale, «eloquente testimonianza del primato di Dio», afferma Papa Ratzinger, una scelta controcorrente che in una società pragmatica ed egocentrica svela un ampio scorcio del mistero universale. Cinquantamila le monache di clausura in tutto il mondo, appartenenti ai settanta Ordini riconosciuti. Il maggior numero di adesioni tra le Carmelitane Scalze, le Clarisse e le Benedettine. Nel 1212 ad Assisi, con Santa Chiara, nasceva l'Ordine delle Povere Donne Recluse di San Damiano, diventate poi Clarisse e nel 1298 Papa Bonifacio VIII, con il «decreto periculoso», dettò le prime norme della clausura, in seguito riconosciuta dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Da allora il mondo, alternando pregiudizi, scetticismo e curiosità, ha sempre cercato di esplorare il ricco deserto claustrale. Lo conferma il successo del film Il grande silenzio del regista Philip Gröning che, con le sue telecamere, è riuscito a entrare all'interno delle mura della Grande Chartreuse per documentare la rigidità della vita dei monaci certosini. A noi è stato concesso di varcare la soglia del Monastero del Sacro Cuore di Gesù dell'Ordine delle Clarisse Urbaniste. Un paradiso di ricchezza interiore affacciato sulla vallata del Casale alle porte di Roma. Non un mondo in fuga, distaccato dalla nostra quotidianità, ma una realtà consapevole e fortemente voluta dove aleggia un'atmosfera di inusuale serenità. «Siamo dieci donne pienamente realizzate di età compresa tra i trenta e i novant'anni» ci spiega una delle giovani monache. «Nessuna costrizione o insoddisfazione ci ha portato qui. Non ci siamo negate alle nostre famiglie o al prossimo perché con l'intensità della nostra preghiera siamo proiettate continuamente verso l'umanità. Questa è una vita in Dio ed è una vita bella perché Dio è bellezza. Papa Giovanni Paolo II ha sempre detto che la clausura evoca quella cella del cuore in cui ciascuno è chiamato a vivere l'unione con il Signore rimarcando l'importanza della radicalità evangelica di questo cammino». Mentre le grate inquadrano al di là del parlatorio i profili delle monache e il silenzio ovattato sottolinea i loro toni, scopriamo le loro abitudini: «Sveglia alle sei del mattino, poi le preghiere, le lodi, la Santa Messa, la meditazione, i canti di adorazione, la recita del Rosario e le responsabilità di casa come tutte le donne» ci raccontano. «Vietato l'utilizzo dei cellulari. Due i quotidiani ammessi: l'Osservatore Romano e Avvenire. Capitolo a parte per la televisione. Sempre spenta, accesa soltanto in caso di gravi calamità come lo tsunami o il disastro di New Orleans o per seguire momenti particolarmente importanti per la vita del Paese. Nessuna uscita all'esterno nemmeno per andare dal medico, una dottoressa, che per qualsiasi necessità ci raggiunge in convento». Centellinati gli incontri con le famiglie. «Le possiamo ricevere una volta o due volte al mese tranne durante la Quaresima e l'Avvento». Racconta una delle monache. Una bella storia di fede. Trentasette anni, carattere esplosivo, diploma all'Accademia di Belle Arti di Roma, una madre brillante architetto e fratello trentacinquenne laureando in Scienze politiche. «Quando ho deciso di entrare in clausura in famiglia c'è stata una rivoluzione! Mi dicevano: ma chi te lo fa fare! Avevo una vita apparentemente bella, piena, alla quale non mancava nulla se non il suo significato reale. Gli studi, l'amore per la recitazione, il teatro, la scultura. Ho sempre cercato la dimensione della bellezza soprannaturale, anche se già quando studiavo l'arte antica, ancora lontana da Dio, avevo compreso che tutti i popoli raccolgono nel cuore l'anelito al divino. Quel respiro profondo che spinge a ricercare la vera essenza della vita. Quando lavoravo il marmo e scolpivo le mie opere, isolata e sola nel grande spazio dell'accademia, avevo la sensazione di scavare in me stessa per cercare l'equilibrio nel mio io più profondo. Il primo approccio forte con il Signore? L'esperienza di volontariato in Colombia. Lì i bambini a nove anni sono già vecchi. Quella miseria, quella sofferenza, mi hanno colpito nell'animo e al mio ritorno in Italia la chiamata di Dio si è fatta sentire prepotentemente. Oggi mia madre ha capito che ho trovato la mia dimensione e la mia pace, anche se questa vita richiede molte battaglie. Ho individuato la mia fonte e sto bevendo a piene mani». Alla stessa sorgente si dissetano la monaca trentenne arrivata dalla Romania cinque anni fa, una delle più anziane, giunta qui quarant'anni fa dalle isole Mauritius, e un'altra delle monache più giovani che ricorda la sua storia. «All'inizio per la mia famiglia è stata una tragedia. Come se mi fossi ammalata della peggiore delle malattie. Ho tre fratelli. Ero l'unica figlia femmina. Mia madre sognava i nipotini. Dopo il diploma arrivavano le sicurezze: il lavoro nel negozio di pelletterie, le solide prospettive per il futuro, le storie sentimentali comuni a tutte la ragazze ventenni. Poi la scintilla. La mia vocazione si è sviluppata di fronte al mistero della sofferenza, dopo un'esperienza di volontariato con un gruppo di Salesiani in America Latina, nel Chocó. Fare del bene a questa cerchia di persone non mi bastava. Aspiravo a una donazione di me stessa a tutta l'umanità. A poco a poco capii che la clausura era la strada che mi veniva indicata dal Signore. Tutte noi pensiamo che essere monache claustrali abbia un senso se riusciamo a trasmettere l'essenza della nostra missione al mondo. Se facciamo capire a tutti che la nostra vita non è buia, reclusa o fatta soltanto di rinunce». Le ospiti del Monastero tengono molto a sottolineare questo concetto. «Tutti gli esseri umani seguono una vocazione. La nostra indubbiamente è particolare, ma non speciale. Viviamo in comunione con i fratelli e le sorelle di tutto il mondo e senza di loro forse perderemmo la bussola. Abbiamo bisogno di voi come voi avete bisogno di noi. Facciamo tutti parte della famiglia universale. La nostra preghiera è il battito della vita». Quella vita che ogni essere umano è convinto di vivere e spendere nel modo più giusto e sulla quale forse bisognerebbe più spesso riflettere. Intanto la Madre Badessa, in convento da quarant'anni, con un sorriso disarmante ci saluta e alla domanda «Rimpiange qualcosa del mondo esterno?» ci risponde serena: «Niente. Forse ogni tanto vorrei rivedere alcune meravigliose immagini del creato: gli oceani infiniti, le montagne e la magia della neve, ma qui sono felice!».