Viaggio nell’odio serbo-bosniaco

Reportage nei luoghi dove la guerra non è solo un ricordo

In Italia tutti lo chiamano Libero, ma il suo nome è Slobodan Barisic.
Slobodan è un serbo-bosniaco, scappato dalla guerra agli inizi degli anni Novanta. È approdato in Veneto, dove, dal niente, è riuscito a mettere su un'azienda di quindici operai che lavorano nei cantieri edili; sono per lo più serbo-bosniaci e amano il loro datore di lavoro di un amore raro e perfetto. Ogni volta che lo vedono, lo baciano tre volte; qualcuno addirittura lo chiama «il salvatore»; qualcun altro - forse per gli occhi stretti, di ghiaccio - lo ha battezzato il Clint Eastwood di Banja Luka; faccia da duro, ma cuore d'angelo.
Passata la frontiera croata, sfiorati i muri del primo centro della Repubblica federale serbo-bosniaca, Gradiska, sulle labbra del mio compagno di viaggio affiora un sorriso dolcissimo, da ragazzo: «Adesso sono a casa; adesso mi devi chiamare Slobodan».
Dalla radio risuona la voce di Baja Mali Knindza; una ballata straziante e travolgente d'amore per violoncello e percussioni.
«Che cosa dice la canzone, Slobodan?», gli chiedo.
«Che la terra e la donna che hai amato ti aspettano; e che se tu non torni, loro, prima o poi, ti vengono cercare», mi risponde con un altro sorriso. Ingrana la marcia, come a dire: Eccomi qui.

Banja Luka. La capitale serbo-bosniaca è una metropoli di duecentomila abitanti; qui la guerra non è arrivata; la concentrazione dei serbi è così elevata che l'esercito croato-musulmano non c'ha nemmeno provato, mi spiega Slobodan.
La città è attraversata da un parco che sembra il giardino di un lord inglese; non una carta o una lattina per terra, non un barbone, non un angolo che odori di escrementi e urina. Niente, insomma, che ricordi i giardini pubblici italiani.
È una metropoli di un lindore e di una pulizia impressionanti; sui marciapiedi, ai bordi delle strade, anche fuori dal centro, solo il viavai di donne belle da togliere il fiato; spalle da nuotatrici, fisici statuari, visi acqua e sapone, sguardi fissi e severi, mai un accenno di ostentata sensualità, soprattutto nei confronti dei pochi italiani di passaggio; le donne sono un po' come i vicoli di questa città; la loro purezza è il risultato del rigore, e il rigore della disciplina.
Questo è l'unico posto dove, per quanto se ne sappia, non esiste la prostituzione; non esistono locali di lap-dance, sui marciapiedi non c'è umbratile traccia di lucciole da abbordare; sono poche le case che hanno i balconi. Qui la gente si sveglia alle sei del mattino, e, massimo a mezzanotte, dorme di sasso.
«Abbiamo poco tempo per la Movida - sghignazza Slobodan - dobbiamo prima ricostruire il nostro mondo». Risaliamo in macchina.
«Ti porto verso le colline, fino in montagna», mi dice Slobodan, e d'improvviso si rabbuia.
Cominciamo a salire; il panorama selvaggio dei boschi, come un deserto obliquo di colline, che per chilometri non conoscono un frammento di cemento, mi suggerisce la salita verso il paradiso. Ed invece lassù mi attende l'inferno.

Verso Popovac. Procediamo a passo d'uomo, dietro ad un carro trascinato da un cavallo. Intorno il groviglio festoso dei pini si danna l'anima e i rami per nascondere gli scheletri delle case, ridotte a tronchi di gesso dalle granate croate-musulmane.
Ogni cinque chilometri un cimitero ortodosso si alterna ad uno musulmano; una spianata di morte a ridosso delle poche fattorie. La guerra, mi spiega Slobodan, ha decimato questi villaggi; solo il piccolo paese, che sfila alla destra, conta trecento serbi morti nel silenzio dei boschi. Dieci di loro non sono mai stati trovati; di loro non si hanno più notizie.
«Se li sono tenuti i pini - mi sussurra Slobodan -, i pini si tengono sempre i migliori».
Il paesaggio perde la sua connotazione collinare; diventa montuoso, con tanto di sorgente dove viene imbottigliata l'acqua minerale Knez Milos Obilic, che, guarda caso, è il nome del patriota serbo che ha ucciso il sultano Murad, nella sanguinosa guerra contro gli ottomani. Prima di salire ancora, facciamo tappa in una terrazza che si spalanca sul vuoto.
«Qui fermavano gli autobus durante la guerra; c'era sempre una fila di donne; mogli, sorelle, madri, nonne, amanti, che attendevano gli uomini di ritorno dal fronte, per la settimana di riposo. Non esistevano lettere, comunicazioni, telegrammi; se l'uomo era vivo, scendeva dall'autobus; se era morto, non scendeva. Negli ultimi tempi, a bordo del bus, c'era una media di dieci persone per volta».
Una vecchia con fazzoletto in testa bacia Slobodan; di nuovo per tre volte. Per tre volte la guerra ha solcato il suo viso di lacrime; prima il marito, poi il figlio maggiore, infine quello minore, che non era neanche soldato, ma che i mujaheddin hanno sorpreso fuori casa con il cane, riducendo entrambi in una poltiglia di viscere, tanto che quelle umane non si distinguevano più dai resti della povera bestia.
In cima al monte i due contadini ci aspettano; amici di famiglia di Slobodan. L'occasione è il compleanno di un nipote. Mangiamo capretto fatto girare per ore sul fuoco e verdure e pane così freschi da far ribollire la lingua.
Petr, il più anziano dei due, ha fatto la guerra per quattro anni. «Vedi quella collina, là, al centro? - dal pergolato mi indica, nel cuore dello strapiombo, un declivio - Lì, per una settimana, siamo stati carne da hamburger; sulla destra ci bombardavano i musulmani, sulla sinistra i croati. Abbiamo combattuto contro tutto e tutti, da soli. E siamo ancora qui. Nessuno ha scritto che il nostro esercito ha tratto in salvo un buon numero di croati, che subivano di continuo perdite proprio per mano dei loro alleati musulmani; si saranno resi conto adesso, loro che sono cristiani come noi, com'è bello convivere con i mujaheddin e compagni; in occasione degli ultimi Europei, a Mostar, un'ora prima della partita Turchia-Croazia, pure i bambini giravano con il coltello aperto».
«Non riuscite proprio ad accettare di convivere con i musulmani?», gli chiedo, pregando Slobodan di tradurre.
«No - mi risponde secco -, non voglio condividere nemmeno una sedia con chi ha ridotto le nostre chiese in pollai; quello che voglio io e che vogliono tutti gli ortodossi è una frontiera, un muro; peccato che noi siamo gli sconfitti e che dobbiamo soltanto subire. E voi italiani ne sapete qualcosa della nostra condizione; una volta eravate amati dalla nostra gente, poi i vostri giornali di regime hanno cominciato a dipingerci come terroristi, macellai di bimbi islamici; tutto questo perché i vostri governanti, il vostro presidente Prodi, il signor D’Alema, come Clinton, dovevano togliersi di dosso la patina comunista in casa loro. Ma non vi siete domandati perché Karadzic sia stato arrestato solo adesso, dopo che proprio lui aveva concertato il ritiro delle truppe con l'America, in cambio dell'immunità? Semplice, qui lo sanno tutti: visto che la sinistra democratica sta tornando al potere con Obama, ha cercato di prevenire lo scandalo, la mina vagante che poteva sconvolgere la campagna elettorale, se scagliata dalla parte avversa: se si fosse saputo che i democratici che hanno bombardato la Serbia avevano trattato con Karadzic, sarebbe stata la fine. Ed invece la fine ci sarà solo per “il serbo cattivo”. Perché in fondo a quel processo, vivo, lui non ci arriverà mai».
«E quindi? - lo incalzo - La guerra contro i musulmani è finita o può riprendere?». Petr mi squadra torvo; bofonchia qualcosa a Slobodan.
«Cosa ha detto?», gli chiedo, intuendo una tensione crescente.
«Di portarti a Prijedor».
«Perché?».
«Per dimostrarti che non è finita; anzi, sia noi che loro, fin qui, ci siamo solo scaldati».

Prijedor. I tre filari di pini secolari, appena dietro, come eterne sentinelle, proteggono la lapide nera; una sorta di piccola vela di marmo scuro che si staglia dal verde: diciotto foto in bianco nero; uomini, ragazzi, «caduti per la nostra libertà», recita l'epitaffio in cirillico. Ostoja, Kos, Igor, fino al più piccolo, neppure dodici anni, di nome Ratko. Nella foto sorride timido; mi ricorda mio cugino, alla prima comunione. Mi ricorda un bambino qualunque del mondo. Ratko sgozzato insieme al padre, proprio lì, nel sottobosco.
Il vento si leva, le nuvole si muovono appena.
«Non finirà. Non finirà mai», dice Slobodan con la voce rotta.
Mi si inumidiscono gli occhi.

Celinac. È Federico, l'altro italiano che ci accompagna, a sentire la musica nell'aria che ci guida fino alla sala prove. I ragazzi non hanno più di quindici anni; sudati e stanchi, continuano a ballare sul palcoscenico del piccolo teatro. Saranno in totale duecento e venti gli adolescenti che per una giornata intera si alterneranno nella danza di antichi balli serbo-bosniaci: una coreografia complicata di cerchi, spaccate, salti, oscillazioni improvvise di braccia e gambe spiegate; i ballerini, in particolare le ragazzine, si muovono con la concentrazione dei guerrieri. Adesso ballano solo per me; e questo girotondo d'amore e di morte, per tamburo e fisarmonica, sembra dar ragione a Cesare Pavese: «Una dichiarazione di guerra è in fondo sempre una dichiarazione d'amore». A coordinare il balletto è Aleksic Slavko: Aleksic ha probabilmente gli occhi più belli che io abbia incontrato; timido, mi fa vedere il buco, ancora in carne viva, che gli perfora l'avambraccio.
«Una granata?», gli chiedo.
«Sì», annuisce con la testa.
«Perché insegni a tutti i ragazzi del paese a ballare?».
«Perché superino la loro paura di uscire da qui; per sfidare tutto quel mondo che già li ha condannati. Perché se uno balla bene, non può essere cattivo».

Oltre. In Italia, oltre la frontiera slovena. Tre del mattino. E sembra giorno davvero, visto che un esercito di lampi sta prendendo a calci le tenebre. Scendiamo dall'auto per sgranchire le gambe. Slobodan accende una sigaretta e si guarda alle spalle. Alla radio il cd di Baja Mali Knindza risuona ancora.
La terra e la donna che hai amato ti aspettano...
Slobodan tra non molto tornerà ad essere chiamato Libero; per l'ultima volta, spinge idealmente lo sguardo oltre tutte le frontiere che lo separano dal suo paese, dalla sua libertà, dal suo amore.
E se tu non torni, prima o poi, loro ti vengono a cercare...
Perdo gli occhi nel mare grande e triste di Trieste. Eccomi qui.