Viaggio nelle viscere dell’Argentina

Negli anni Venti del Novecento due scrittori argentini, Ricardo Güiraldes e Leopoldo Marechal cercarono di fissare in un romanzo l’identità di un popolo e con essa la propria. Figlio di proprietari terrieri, quarantenne che viveva di rendita, il primo conosceva Londra e Parigi, parlava un perfetto francese, era amico di scrittori di qua e di là dall’oceano. Di estrazione borghese, trentenne, il secondo apparteneva all’aristocrazia intellettuale bonaresne, insegnava, era in contatto con le avanguardie europee francesi e spagnole.
La ricerca identitaria di Güiraldes si concretizzò in un libro, Don Segundo Sombra, uscito nel 1926. Con esso, la figura del gaucho entrò in letteratura dopo essere stata espulsa dalla storia. L’avevano uccisa le grandi concentrazioni terriere, togliendole la libertà di movimento, la razionalizzazione degli allevamenti, limitandone l’utilizzo, l’industrializzazione dell’agricoltura, mettendola in concorrenza con nuove realtà sociali. Indipendente da appena un secolo, L’Argentina (almeno quella che contava) mandava ora i propri figli a studiare nel Vecchio continente, si compiaceva di un’antica origine europea e della rinnovata frequentazione, viveva con fastidio crescente l’aspetto brutale connesso a una nazione in fieri, dagli spazi sterminati, senza radici né cultura, primordiale negli appetiti, nelle rivendicazioni, nelle vendette: ere un’élite che un po’ si vergognava del suo passato.
Quando i suoi membri si resero conto che comunque provenivano anche da lì, erano impastati di sangue e di suolo, di solitudine e d’indipendenza, di destrezza, cupezza e fierezza, era troppo tardi e la nostalgia è ciò che gli rimase in mano, acuta, irrimediabile, incurabile. Don Segundo Sombra ne è la testimonianza scritta, romanzo d’iniziazione e di formazione, inno alla gauchità. «Al gaucho che porto in me, con devozione, come l’ostia nel suo ciborio» è la dedica che lo apre.
Il lamento identitario di Güiraldes era nobile e tuttavia sterile: da un lato ancorava l’Argentina a un passato mitico che negando il presente la condannava a vivere con la testa eternamente all’indietro, dall’altro serviva ai suoi detrattori per alimentare il mito eguale e contrario di un’aristocrazia europea trapiantata sul Mar de la Plata, l’Argentina granaio del mondo scelta dalla Storia per risollevare le sorti del Vecchio continente.
Vent’anni dopo Don Segundo Sombra, Marechal pubblicò il suo Adán Buenosayres, cominciato appunto vent’anni prima, e gigantesco tentativo di far quadrare il cerchio di un’identità che fosse nazionale e insieme popolare, che accogliesse il gauchismo di Güiraldes e l’europeismo dei suoi avversari, senza restarne vittima, che desse spazio, insomma, al nomadismo del primo e all’immigrazione del secondo, ma anche all’impasto plurisecolare che l’indipendenza aveva cementato, al nuovo carattere che aveva creato. Alle contraddizioni, insomma, di una musica nazionale, il tango, «nata nei bar e nei bordelli del peggior tipo», ma che, avvertiva ancora l’ambasciatore argentino della Parigi degli anni Trenta, «mai si danzerebbe nei salotti della gente bene educata». «Un sentimento triste che si balla» verrà definita. E questo romanzo è qualcosa del genere, disperato e struggente, estenuante e nervoso, grottesco nel suo voler essere truce, allegro nella sua tragicità.
Adesso che il capolavoro di Marechal esce per la prima volta in Italia, curato da Claudio Ongaro Haelterman e tradotto da Nicola Jacchia (Vallecchi, pagg. 709, euro 21), il lettore ha di fronte lo straordinario e sterminato campo d’azione nel quale poteva muoversi il suo autore, a propri agio con le letterature nazionali straniere e con il dialetto lunfardo, un argot castigliano di derivazione lombarda, quechua e guarani, usato dai primi immigrati in terra argentina. Costruito come una sorta di matrioska, Adán Buenosayres racconta un viaggio nella vita del suo protagonista che poi si trasforma in una sorta di viaggio iniziatico e fantastico nelle viscere stesse della capitale, Cacodelphia, ovvero la «città dei fratelli cattivi», il volto opposto della città gloriosa di Calidelphia, nella quale Adán vorrebbe vivere. Al doppio registro si affianca il racconto in prima persona del Quaderno vestito di blu, ovvero gli amori e la giovinezza di Adán, simbolo della sua difficoltà ad adattarsi alla prosaicità della vita.
Imbevuto dei classici, Omero, i tragici greci, Dante, Ariosto, letore di Nietzsche, Freud e dei surrealisti, ma anche di Platone e Aristotele, amico e collega degli scrittori argentini della rivista Martín Fierro e del «gruppo di Florida», Marechal costruisce dunque un’opera-mondo in cui i diversi generi letterari si accavallano: elegia ed epica, satira e romanzo sociale. Il filo rosso è il prendere atto di una molteplicità identitaria e il cercare di convogliarla nell’alveo di un carattere nazionale che se ne faccia garante e insieme la trasfiguri in un qualcosa di nuovo e di autonomo. L’immigrazione italiana e quella spagnola, l’ebraicità e il retaggio della dominazione inglese, lo spettro dei gauchos e quello degli indios, il whisky e il mate, i bombillas attillati e la bombetta...
Pubblicato in Argentina nel 1948, Adán Buenosayres racconta dunque il tentativo di uscire dall’«atroz encanto de ser argentinos»: quel combinato disposto di orgoglio e tendenza al vittimismo, favoleggiare su un passato mitico e piangere su un presente misero, sentirsi europei fra i sudamericani e rivendicare spagnolismo e gauchismo come caratteristiche nazionali, disprezzare i politici e affidarsi comunque all’uomo della Provvidenza... Peronista, il suo autore sarà travolto dalla caduta di Peron e perché si torni a parlare del suo capolavoro bisognerà aspettare gli anni Settanta, quando identità nazionale e integrazione latino-americana torneranno a essere temi centrali del dibattito culturale del suo Paese e non solo. Marechal morì proprio allora, «poeta deposto» dai suoi compagni d’avventura di un tempo, esule in patria, argentino senza rimorsi.