«Il Vietnam? Per noi americani fu solo una fabbrica di nemici...»

Fra una settimana e arriverà nelle librerie italiane uno dei maggiori romanzi che siano stati scritti sulla guerra del Vietnam da chi vi ha veramente combattuto: Mettimi in un sacco e spediscimi a casa, di Tim O’Brien (Piemme, pagg. 240, euro 17,50).
Mr. O’Brien, è possibile un paragone tra coloro che hanno combattuto in Vietnam e i «soldati postmoderni» di oggi, volontari di un «umanismo militaristico» che si vedono più come «mediatori» che come parti in guerra?
«Tra i due c’è una somiglianza e una differenza. Come noi in Vietnam, i soldati attuali si chiedono: a chi sto sparando? Chi è il mio nemico? Nella Prima guerra mondiale il tuo nemico aveva ancora una divisa. Oggi non poterlo individuare ti porta frustrazione. E così spari a tutto. Alle guerre presenti manca pure una destinazione. Un tempo il conflitto finiva quando si arrivava a Tokyo o a Berlino. Oggi si “ripulisce” un villaggio, e il mese dopo lo si ripulisce di nuovo. Come in Vietnam. Ci aspettavamo davvero di vincere? Che i vietcong alla fine ci dicessero: “Ok, ce ne avete uccisi troppi, ci arrendiamo”? Questa è la somiglianza».
E la differenza?
«I soldati di oggi sono volontari. Per questo ci vuole molto di più per farli arrabbiare. Ho intervistato invalidi reduci da Afghanistan e Iraq, gente mutilata peggio di quanto ho visto in Vietnam. Tutti avevano questo atteggiamento: “era mio dovere andare laggiù, anche se mi è successa questa cosa terribile”. Non ho sentito in loro la domanda bruciante e problematica: “era giusto farlo?”».
Che cosa ricorda del giorno in cui arrivò in Vietnam?
«Partii dalla base di Fort Lewis, nello Stato di Washington, pensando che sarei morto. Arrivai nel sud-est asiatico nel febbraio 1969. Mentre scendevo dall’aereo vidi i volti di duecento soldati che aspettavano di imbarcarsi per tornare a casa. C’era scritto l’orrore per ciò che avevano visto, il sollievo per avercela fatta e un’enorme stanchezza. Le uniformi erano ricoperte di quella terra rossa che avrei ritrovato ovunque. Rimasi in Vietnam tredici mesi. Noi americani non stavamo combattendo solo contro i vietcong. Ma contro il territorio, le risaie, le sanguisughe, il sole. Una guerra totale. Il nemico era tutto il Paese».
Le capitò di uccidere?
«La maggior parte dei soldati non è in condizioni di sapere se ha ucciso qualcuno, sa solo che sta sparando. Questo è molto difficile da accettare per chi non ha combattuto. Dopo 40 anni continuo a scrivere libri: è il mio modo per assumermi la responsabilità. Mi sono arruolato e ho premuto il grilletto e a questo punto, la prego di capirmi, è quasi irrilevante se ho ucciso qualcuno o no, perché sono comunque responsabile. Per ogni vietcong ucciso c’era una madre arrabbiata, un padre arrabbiato, un amico arrabbiato. Mi sembrò che in Vietnam stavamo producendo in serie i nostri nemici».
Il suo libro è uscito nel 1975. Come è avvenuta la composizione?
«Lo iniziai in Vietnam. La sera buttavo giù un paio di pagine su ciò che era accaduto quel giorno. Tornato a casa ne avevo un’ottantina. Finii il libro due anni dopo. Non intendevo pubblicarlo. Un amico lo lesse, non sapeva nemmeno che ero stato in Vietnam, e mi disse che valeva la pena farlo vedere a un editore».
Lo scrisse solo per sé. Perché?
«Per vendetta. Volevo vendicarmi di tutte quelle casalinghe teste di legno e di tutti quei ministri che erano convinti che la guerra era una cosa da fare. Volevo sbattergli sotto gli occhi l’orrore di un conflitto che, anche se inizia per i motivi più puri, poi prosegue senza scopo».
Ha detto che non sarebbe mai diventato scrittore senza il Vietnam. Ora insegna scrittura creativa. Che esperienze consiglia ai suoi studenti?
«Invece che combattere in Vietnam avrei potuto scappare in Canada, scrivere della mia vita canadese e via così. Avevo la passione della scrittura fin da bambino. Ciò che volevo dire è che il Vietnam mi ha fatto diventare scrittore. Non vale per tutti, ma nella maggior parte di chi vuole scrivere è necessario un evento catalizzatore che ti trasformi da uno che vuole scrivere a uno che scrive. Può essere un amore che ti ha lasciato, una malattia, la morte di un padre o di un figlio. Per me è stato il Vietnam».
Nessuno le invidia il Vietnam? Come tema letterario...
«Probabilmente sì. C’è una specie di invidia in molti che a quel tempo non andarono nel sud-est asiatico a combattere: sono convinti di essersi persi un grande evento. Ridicolo. È come invidiarti perché tu hai un tumore. Io non ho mai scritto un grande romanzo sul cancro, ma non ti invidio se hai un tumore».
C’è stata un’inflazione di Vietnam: romanzi, film, telefilm. Che ne pensa ?
«Gran parte di questa produzione è mediocre e piena di cliché melodrammatici o patriottici. Sono pochi i libri che salvo: Dispacci di Michael Herr, per esempio. Prosa meravigliosa che somiglia alla musica rock, un umorismo nero, amaro. Ha catturato in pieno il gergo del Vietnam. Leggo anche la Fallaci: approccio giornalistico e politico, ma è difficile non riconoscerle fuoco e passione. Tra i film, Apocalypse Now mi ha fatto sentire come quando ero laggiù, sebbene molti l’abbiano giudicato irrealistico. È un viaggio nell’orrore e nella disperazione».