Viken Berberian Come spezzare il circolo vizioso del terrorismo

«Quando vedo una linea diritta, mi viene subito voglia di piegarla». Viken Berberian è chiuso nel suo ufficio a New York city, seduto alla sua scrivania di una società d’investimenti. Fuori dalla finestra, la neve scende piano. Viken Berberian è lì, ma è anche da un’altra parte, nel mondo «sacro e nobile» della letteratura: perché la vita, per lui che ama poco le righe, è un circolo, lo stesso che avvolge il protagonista de Il ciclista (minimum fax), il suo primo romanzo, che presenterà oggi a Roma, all’Eur, alla fiera dell’editoria.
Lo sfondo è il Libano, e l’uomo in bicicletta è un kamikaze: deve far esplodere una bomba in un hotel di Beirut. Il circolo «è vizioso, il protagonista si sente come intrappolato»: nella missione, e nel destino, sotto forma di un incidente che lo paralizza in ospedale, fino al giorno dell’attentato. «La struttura stessa del libro si oppone all’idea di un progresso lineare. I capitoli, frammentati, si uniscono intorno a una sequenza fluttuante di temi, che si mescolano e si separano, per tornare, infine, a fondersi, fino alla fine, in cui c’è il senso di un ritorno all’inizio, di un ciclo». Come le ruote della bicicletta, che lo muovono verso l’attentato, verso un compimento che, però, troverà ancora l’imprevedibile lungo la sua strada.
Lo stesso circolo intrappola il Berberian scrittore alla sua scrivania, nel suo «dorato gulag aziendale»: «La finanza, per me, non è un fine, ma un mezzo per poter scrivere. Tornare al lavoro è parte del ciclo, ma è anche una trappola. Cerco di sfuggire a questo circolo appena posso, per scrivere. Non è sempre facile».
Non è facile neppure per l’uomo, il narratore senza nome che, immobilizzato nel corpo, si muove con la mente fra i ricordi e i desideri: «Il cibo, l’amore, la distruzione hanno una forza particolare nello stimolare i nostri sensi e per questo sono più facilmente oggetto della rappresentazione artistica». Ma l’arte è anche «arte di vivere e di invecchiare, arte di appassire e di morire». E c’è anche un’arte nella finanza, «i migliori affaristi non sono uomini dalla mente scientifica: coi calcoli sono come Picasso». Lui però non è un economista: non piega i calcoli diritti, rende irregolari i destini troppo lineari, interrompe il cammino scavando nella tensione, a partire da quella fra «il mondo dell’astrazione e delle idee» e quello «pratico, materiale, del lavoro quotidiano». È il suo prossimo romanzo: la storia di un agente di borsa e una donna francese.
Wall Street, quindi, la terra d’adozione, dopo il ritorno al luogo natale, al Libano. Ma nel suo romanzo lo sguardo è quello dell’armeno, «popolo transnazionale» e sua vera origine, con cui osserva il Medio oriente senza «la pretesa di pontificare o teorizzare». «Terrorismo non è una parola che utilizzo spesso nel libro, non è la fonte primaria dei suoi significati, dei piaceri e dei desideri che, in esso, entrano in conflitto». Una lotta che, comunque, è destinata a non finire: perché «amo l’idea del “ritornare” in generale», mutevole e identico, come la neve di Joyce su Dublino, o come quella che scende su New York, in una fredda mattina di dicembre.