VILA-MATAS A Parigi una «festa» senza Hemingway

L’ultimo libro dello scrittore spagnolo è un inno alla città e all’autore americano

Quando il re Enrico di Navarra abiurò il protestantesimo per farsi cattolico e salì al trono di Francia con il nome di Enrico IV disse la famosa frase «Parigi val bene una messa», che noi continuiamo a ripetere in segno di ammirazione per la città francese. Al fascino della brillante e vivace metropoli non ha resistito neppure Hemingway, che a Parigi dedica il suo ultimo romanzo Festa mobile; e potremmo continuare a citare nomi di scrittori e artisti, nei quali l’immagine della città ha lasciato un’impronta indelebile. L’ultimo atto d’amore viene dal giovane barcellonese Enrique Vila-Matas, uno degli autori più interessanti e provocatori dell’attuale narrativa spagnola. Il suo libro Parigi non finisce mai (traduzione di Natalia Cancellieri, Feltrinelli, pagg. 226, euro 16) è un inno alla capitale francese, dove trascorre due anni della sua giovinezza e inizia la vocazione letteraria, da cui il binomio vita-scrittura che la memoria dilata ed elabora nel tempo.
Siamo a metà degli anni Settanta e il giovane Enrique abbandona la Barcellona bigotta e franchista, residenza della famiglia, per un viaggio a Parigi, avendo come modello Hemingway, a cui crede di rassomigliare anche fisicamente al punto di credersi un suo sosia. Rinchiuso in una mansarda affittatagli dalla scrittrice Marguerite Duras, il giovane, «povero, bello e idiota», cerca di condurre una vita simile a quella raccontata dall’autore americano, la stessa che aveva ammirato a sedici anni leggendo il suo libro di ricordi parigini, deciso come lui a diventare «cacciatore, pescatore, inviato di guerra, bevitore, grande amante e pugile»: in altre parole, essere in tutto e per tutto Hemingway.
La mansarda dove vive in grandi ristrettezze aveva prima ospitato il vignettista Copi, il travestito Amapola, il cineasta underground Milosevich e perfino il futuro presidente Mitterrand che, in piena Resistenza, vi si era nascosto per alcuni giorni. Certamente il lettore vorrà ora conoscere la storia, le avventure e i vari incontri vissuti dal giovane scrittore in erba negli anni trascorsi a Parigi, perennemente infatuato del grande Hemingway. Si dovrà invece accontentare di alcuni scampoli di vita deambulatoria; per esempio, passeggiare con lui lungo i boulevard del centro, guardare la chiesa di Saint-Germain-des-Prés, entrare nel Café Flore, già frequentato in passato dal poeta Rubén Darío e dagli esuli latinoamericani e ora affollato da una fauna umana quasi inamovibile (tra cui Jean-Paul Sartre, la pittrice americana Ruth Stevens, Roland Barthes che vi si rifugia per leggere Le Monde, ecc.), visitare rue de Fleures, dove al n. 27 abitava Gertrude Stein, ammirare la splendida modella ex fidanzata Petra, ospite momentanea della mansarda, che offre il suo corpo nudo all’eccitato Enrique.
Il racconto parigino di Vila-Matas ricorre a continui flash-back, motivati dai successivi ritorni dell’autore nella città, per illustrare, in un tono cervantino, cioè comprensivo e indulgente, la sua vita di aspirante scrittore; scrittore che, secondo il canone romantico-esistenzialista, avrebbe dovuto vestire di nero, essere magro e portarsi dietro per leggere nelle terrazze dei café il libro Les fleurs du mal di Baudelaire. Accade però che quando Vila-Matas parla di se stesso e degli altri in realtà egli inventi, non perché ciò che dice non corrisponda a verità - veri sono i luoghi frequentati e le persone, vere le letture e le fonti citate, i nomi degli intellettuali conosciuti -, ma perché l’elemento biografico è una forma di finzione che egli utilizza per dare credibilità al gioco della creazione che, nel caso di Parigi non finisce mai, ha come ingrediente naturale l’ironia. Del resto, scrive l'autore: «L’ironia è la forma più alta della sincerità». Se infatti l’elemento ironico consente a Vila-Matas di guardare con distacco dentro se stesso, in realtà gli serve per confondere il lettore che attende una storia, una trama avvincente e invece resta stordito - ma anche affascinato - da una scrittura che mescola il racconto con la riflessione, la cronaca con il paradosso, la storia con la «intraistoria» come direbbe Unamuno, la vita con una serie di flash autobiografici su cui hanno la meglio le infinite possibilità di varianti. Il romanzo, legato alle forme più esibite del citazionismo letterario, talora frutto di pura invenzione, è un tentativo, ben riuscito, di sostituire la letteratura ai fatti, l’argomento con una realtà assunta come pretesto per una sua discussione e trasformazione.
Apparentemente diverso è il libro Il viaggio verticale (traduzione di Simone Cattaneo, Voland, pagg. 199, euro 14), appena uscito in Italia, che ha ricevuto l’importante Premio Rómulo Gallegos, legato alla storia concreta dell’anziano Federico Mayol, ricco assicuratore e uomo di potere, costretto dalla moglie ad abbandonare la casa dopo i festeggiamenti delle nozze d’oro, e quindi a intraprendere un viaggio che lo porta prima a Oporto, poi a Lisbona e infine a Madeira; un viaggio senza ritorno, non circolare, bensì verticale. Alla fine Federico, che aveva sognato di essere diventato un’isola, muore sprofondando nell’abisso del nulla.
Il viaggio «verticale» di Mayol, rappresentante della vecchia Spagna, e la sua iniziazione alla cultura a un’età in cui nulla più si apprende, sono un’evidente parabola, ammantata di sottile ironia, che a prima vista sembra assegnare alla letteratura - sempre la letteratura - la forza rigenerante della salvazione. Ma così non è: la bellezza del libro resta segreta e la sua poetica enigmatica; come bene ha sottolineato la giuria del Premio Gallegos, che ha definito il romanzo «un libro raro, la cui eloquenza risiede nell’ellissi, nell’omissione di una spiegazione che danneggerebbe il suo senso».