Vincenzo Agnetti, la forza di fare e poi dimenticare

«Quello che ho fatto l’ho dimenticato a memoria»: su questo paradosso si gioca tutta la carriera artistica di Vincenzo Agnetti, nato a Milano nel 1926 e morto nel 1981. Dimenticare e cancellare, fare tabula rasa di tutto, ad eccezione del concetto, dell’idea, che arriva e subito passa, si trasforma, lasciando una traccia nel presente, un filo di energia. A questo radicale artista del concettuale, spesso dimenticato, Foligno dedica una mostra, aperta dal 23 giugno al 9 settembre al CIAC (Centro Italiano Arte Contemporanea), in collaborazione con l’Archivio Agnetti di Milano. Si intitola «Vincenzo Agnetti. L’OperAzione concettuale» (catalogo Skira). Una cinquantina di opere dal 1967 al 1981, fotografie, scritti, sculture, raccontano la non facile personalità di Agnetti, inventore di una originale poetica artistica. Diplomatosi all’Accademia di Belle Arti di Brera, inizia giovanissimo le prime esperienze di pittura informale e di poesia, di cui volutamente non restano tracce. Gli esordi sono come critico nell’ambito della rivista d’arte Azimuth e dell’omonima galleria fondata da Piero Manzoni ed Enrico Castellani, con i quali stabilisce un lungo sodalizio.
Sono gli anni Sessanta, in cui una Milano effervescente cerca di riscattarsi da ogni tradizione, attraverso una serie di esperimenti, che vedono all’opera diversi artisti d'avanguardia. La tendenza di tutti è azzerare pittura e scultura, in sostanza la fisicità dell'opera.
Tra i primi sostenitori di questo tipo di arte (o non arte), in cui i concetti e le idee siano più importanti del risultato estetico dell’opera, c’è Agnetti. Dopo una serie di viaggi nel sud e nord America, dal 1962 al 1967, torna in Italia, scrive il suo romanzo-manifesto Obsoleto, con una copertina a rilievo realizzata da Enrico Castellani. Ed elabora opere (la Macchina drogata, l’Apocalisse, il Libro dimenticato a memoria), in cui sostiene la relatività del linguaggio e dei suoi significati, mescolando forme espressive e subito negandole con risultati spiazzanti. «La cultura - sostiene - è l’apprendimento del dimenticare, grazie all’azione metabolizzante che trasforma nozioni, esperienze, sensazioni in un’energia che alimenta la dinamo del pensiero poetico e artistico mediante un processo insondabile e perfino segreto, la cui chiave è ignota all’artista stesso». Dunque, vuoti, assenze, volute dimenticanze. E l’arte? «Arte no», solo pensiero, visioni…
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