«Violato il mio lavoro intellettuale»

Nessuna reazione. Né da Umberto Galimberti, né dalla casa editrice. Silenzio, un silenzio assoluto. Il filosofo, autore de L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (pagg. 189, euro 12), non ha replicato, precisato, spiegato. Stessa reazione dalla Feltrinelli. Perché anche il silenzio è una reazione, pesante e potente. Ieri ho scritto, portando ampia documentazione, che il libro di Galimberti ha attinto ad altrettante pagine di Il piacere e il male, traduzione italiana pubblicata da Feltrinelli nel 1999 di Le plaisir et le mal di Giulia Sissa, uscito prima in Francia (Paris, Odile Jacob, 1997).
Conosco Giulia Sissa da molto tempo, ma la mia amicizia e alta considerazione per il suo lavoro scientifico risalgono a quando, nel 2003-2005, siamo stati colleghi nel Dipartimento di Political Science della University of California, Los Angeles, dove insegnavamo filosofia politica. Giulia Sissa è un classico esempio di quella fuga dei cervelli di cui si parla tanto. Si è laureata a Pavia, ha fatto un dottorato a Parigi, dove è diventata ricercatrice al Cnrs, poi si è spostata negli Stati Uniti, prima alla Johns Hopkins, dove ha ha ricostruito un dipartimento di Classics, poi a Ucla. Ora è Full professor in Political science (con un incarico anche nel dipartimento di Classics). È una persona mobile e cosmpolita, il cui lavoro (scritto in tre lingue e tradotto in sette) è imprescindibile per chiunque si occupi di storia della sessualità, di religione antica, o della grande questione del piacere (centrale, appunto, in Il piacere e il male) e delle passioni politiche, o di temi che invece l’hanno occupata più di recente, riguardanti il rapporto tra democrazia, utopia e imperialismo, tra mondo antico e mondo contemporaneo. «Ho ricevuto moltissime mail e telefonate da colleghi e conoscenti italiani che avevano letto l’articolo. Sono stupita e amareggiata - mi dice Sissa al telefono da Los Angeles -. Quando uscì in francese, italiano, tedesco, spagnolo ecc., Il piacere e il male, ricevette un’attenzione insolita per una studiosa di filosofia. Non fu soltanto un lavoro recepito sui giornali, ma anche nel circuito degli operatori che lavorano sulla tossicodipendenza, nelle strutture di recupero pubbliche e private. Gente seria, alle prese con un problema serio, che prese quel libro infatti sul serio».
Quel libro creava un avvicinamento inedito tra la filosofia classica, per esempio Platone e Epicuro, e l’esperienza diretta di tossicomani che riflettono sul loro «desiderio insaziabile» e piacere impossibile, come Thomas de Quincey o Cristiana F. Sissa ricorda che «fu subito capito nella sua originalità, e considerato paradossalmente utile sul campo, al di là del mondo universitario». Mi ricorda anche che di questo libro, in una intervista mi pare sul Manifesto, «parló perfino Vasco Rossi!».
«Quando ho saputo del “copia e incolla” - riprende Giulia - mi sono sentita violata, l’ho sentito come un tradimento, perché la legge scritta e non scritta della civiltà accademica, insomma il contratto accademico che stipuliamo nel momento in cui decidiamo di fare questo mestiere, consiste nell’impegnarsi a riconoscere il valore delle idee altrui». Poi cita una frase di Galeno, tradotto dal suo maestro Mario Vegetti: «I miei libri ricevevano svariate offese da parte di molti che, chi in un paese chi in un altro, ne danno lettura come se fossero loro propri, facendo tagli, aggiunte e cambiamenti». Ma l’editore è lo stesso, Feltrinelli: «Questa è una suprema ironia», dice. Ma non vuole aggiungere altro. Si dice «stupefatta», «esterrefatta» per una effrazione cosí spettacolare del contratto accademico, specialmente per la propensione del filosofo a dispensare consigli a coloro che considera i suoi destinatari privilegiati: i giovani. Quando è proprio ai giovani, e proprio nelle università, che negli Stati Uniti si insegna «la sacralità e il rispetto del lavoro intellettuale».
Il mio articolo di ieri proponeva di leggere il caso Galimberti-Sissa non come un episodio isolato di prestito inconfessato, o, come dice ancora Giulia, di «ironia interstestuale», tutto sommato poco istruttivo sul piano delle implicazioni culturali, ma come una spia di un vizio più complesso della cultura filosofica italiana. Non credo pertanto che questo dell’Ospite inquietante sia soltanto un caso censurabile di cattiva condotta intellettuale, e forse Galimberti è solo un intrepido uomo-sistema. C’è un elemento rivelatore nella pagina pubblicata ieri dal Giornale dove le due fotografie di Sissa e Galimberti erano presentate con la didascalia «poco conosciuta» nel caso della studiosa e «famoso» per il filosofo. È la verità, Giulia Sissa è effettivamente meno visibile di Galimberti per quei frequentatori di festival e circoli filosofici che sono soliti orientare il proprio gusto sulle vetrine allestite dai poteri culturali dominanti. Non credo vi sia paese al mondo dove questa glamourizzazione del mestiere del filosofo sia così slegata dalla qualità del proprio lavoro.