Le viscere rosse del Manifesto e la nostalgia degli anni ’70

Piccolo contributo all’analisi delle viscere del Manifesto. La cui storia, per l’indiscutibile carisma intellettuale e morale dei suoi fondatori, non cessa di ispirare toccanti rimemorazioni. Come l’articolone con cui Stefano Di Michele, sul Foglio di sabato, infilandosi nel fitto cicaleccio con cui intere legioni di orfanelli degli anni di piombo non cessano di festeggiare il libretto di Lucia Annunziata sui loro sogni infranti e le loro carriere riuscite, ha voluto ricordare il potente apporto che i padri fondatori del famoso «quotidiano comunista», proprio coi crampi delle loro viscere, diedero alla creazione del clima di quelli che restano, per tutti loro, i migliori anni della loro vita.
Come erano quelle viscere? Rosse, naturalmente. Come la loro bandiera. Nonché come il sangue che in quegli anni, un giorno sì e l’altro pure, folti sciami di angioletti, muniti anch’essi di viscere gonfie della stessa rossa passione che animava i maestri del Manifesto, facevano scorrere un po’ dappertutto nel nostro paese. Ma la qualità più struggente di quella viscere era la loro esposizione continua. Parola della stessa Rossana Rossanda, la grande chioccia di quella nidiata di pulcini rossi che fu la prima redazione di quel giornale. La quale, ricordando quei bei tempi, è tornata di recente a esaltarne il senso con queste sobrie parole: «Era come vivere in un continuo teatro, dove tutti ci mettono le viscere. E le nostre viscere stavano sempre al centro della stanza». Be’, questa immagine dice tutto. Anche che il culto di quelle frattaglie non poteva escludere quella sublime espressione dell’umana visceralità che è il gusto del colpo basso. Come quello che quel manipolo di nobili visceraletti mi assestò circa vent’anni fa.
Correva l’anno 1988. Allora collaboravo alla Stampa. Il direttore, Gaetano Scardocchia, mi chiede di recensire un saggio della Rossanda sull’Antigone di Sofocle. Il nocciolo di quel saggio era l’idea che l’eroina di quella tragedia, sfidando il divieto di seppellire il fratello in base a una legge (quella del cuore e del sangue) diversa e opposta a quella dello Stato (che ne proibiva la tumulazione), poteva essere considerata una compagna ante litteram dei nostri brigatisti. Questa tesi, secondo la Rossanda, era abbondantemente motivata dall’analogia fra l’espressione («auto nomos», ossia «legge propria») che Antigone usa per giustificare il suo atto di disubbidienza civile e il primo dei due termini del concetto (Autonomia Operaia) che designava in quegli anni un famoso attrezzo teorico del partito armato. La pitonessa di via Tomacelli aveva ovviamente evitato con cura di osservare che mentre Antigone obbedisce alla sua legge sacrificando la propria vita, i brigatisti obbedivano alla propria accoppando gli altri. Su questa elegante omissione costruisco un articoletto non privo di qualche ironica chiosa. Il giorno dopo il Manifesto mi definisce «fascista» in un titolo a caratteri cubitali. E il giorno successivo, poiché Scardocchia mi nega il diritto di replicare, capisco che devo smettere subito di scrivere per quel giornale.
Anche questa minuscola infamia appartiene alla storia di quelle magnanime viscere...
guarini.r@virgiliio.it