Vita, morte, rinascita di Drieu La Rochelle e del suo romanzo «Gilles»

Torna il libro che racconta l'epoca tra le due guerre Tra satira, noir e filosofia. Il risultato? Un classico

Dal punto di vista letterario, Gilles è il più bello e il più incompreso dei romanzi di Drieu La Rochelle. Alla sua uscita in Francia, nel 1939, venne troppo frettolosamente scambiato per un romanzo generazionale e insieme autobiografico che il contemporaneo scoppio della Seconda guerra mondiale trasformava di colpo in un relitto degli anni Trenta. A conflitto finito, e con l'autore morto suicida, Gilles divenne, a scelta, un documento ideologico, il fascismo di Drieu nella sua espressione più brutale; una confessione esistenziale, il resoconto di una sconfitta, nella sua sincerità più devastante. È questo combinato disposto a far sì che quando, agli inizi dei Sessanta, il libro appare per la prima volta in edizione economica, conosce un successo di pubblico incredibile per uno scrittore rimasto sempre e comunque di nicchia: 100mila copie nell'arco di dieci anni... Seppellito ancora una volta come romanziere, Drieu risorgeva come intellettuale fascista.

L'edizione italiana di Gilles uscì proprio allora, per Sugar editore, con un'introduzione di Giuseppe Tedeschi simpatetica al suo autore, ma che al romanzo in sé non dedicava più di cinque righe, molti refusi (persino nell'Indice...) e una traduzione fedele di Luciano Bianciardi a cui la polvere del tempo dà oggi un gusto nobile e rétro (i «croissants» che si trasformano in «croccanti» e toscanismi vari, troppi pronomi personali dimostrativi...). Da noi però la morte e resurrezione di Drieu, sub specie Gilles, non si verificò: 600 e passa pagine scoraggiarono sia il neofita, sia l'appassionato, sia l'addetto ai lavori e, più in generale, se la sinistra d'allora leggeva male, la destra di allora si stava avviando a non leggere affatto.

Oggi che il Drieu romanziere è comunque entrato nella Pléiade di Gallimard, ovvero il tempio francese della letteratura, un giudizio estetico su Gilles torna a riproporsi: non tanto come antidoto alle interpretazioni politico-ideologiche, quanto come loro superamento e/o sistematizzazione. È la sua modernità, rispetto al tempo in cui uscì, a garantirgli oggi una classicità: non lo leggiamo in quanto documento dell'epoca, autobiografia mascherata, regolamento di conti intellettuali, ma come un qualcosa a sé stante, autonomo e autosufficiente. Possiamo anche non sapere niente del suo autore, ma la seduzione di Gilles resta intatta e ci dice sul nostro tempo tutto ciò che di solito ci vene taciuto. Il lettore italiano lo può verificare prendendo in mano questa nuova edizione che Giometti & Antonello mandano ora in libreria (pagg. 572, euro 28) che conserva la classica traduzione bianciardiana, ma si avvale, come introduzione, di quella che Drieu stesso scrisse nel 1942 e su cui torneremo.

Costruito in quattro parti, Gilles si apre con una Licenza e si chiude con una Apocalisse. In mezzo c'è lo spazio per un Eliseo che nel suo originale francese, Elisée, non rimanda solo a un luogo fisico, la presidenza della Repubblica, ma ironicamente anche a quell'oltretomba pagano dove le anime illustri hanno dimora. La «licenza» è quella militare che permette al giovane sottufficiale Gilles Gambier di lasciare le trincee della Grande guerra e tornare a Parigi. Sta quindi per permesso, ma anche per licenziosità, rottura dei freni inibitori, tuffo nella vita dopo aver costeggiato e corteggiato la morte. L'Apocalisse, a propria volta, è il titolo della rivista che il trentenne Gilles Gambier decide di fondare, ma il rimando all'ultimo libro della Bibbia dà al romanzo il suo contenuto escatologico: c'è una caduta, c'è una resa dei conti e una rigenerazione...

In questa costruzione a incastro, Drieu si diverte a mischiare gli stili. Racconta sì un'epoca, gli anni fra le due guerre, ma spoglia il romanzo realista del suo tempo di ogni intento documentario e ne dà una versione accelerata fatta di allusioni ed ellissi, di dialoghi brucianti, di considerazioni crudeli e beffarde, un resoconto allucinato, come di un sonnambulo o di un fantasma. Contemporaneamente, nel raccontare gli intrighi politici e lo spionaggio intorno all'Eliseo, ricatti, retate, sottrazioni di documenti, suicidi, strizza l'occhio al noir e al policier di moda allora (come ora), svelandolo per quello che è, un passatempo per borghesi stanchi. Infine, nell'Epilogo in cui l'Apocalisse si compie, rifà magistralmente il verso al romanzo classico di avventura e di guerra, rovesciandolo però di segno: non c'è la guerra per mettere fine alla guerra, con il suo umanesimo dolente, ma l'elogio della guerra come valore in sé.

In Gilles, insomma, i generi romanzeschi vengono fusi e/o rimodellati e spesso e volentieri è la satira a occuparsi della operazione. Rivoluzionari da operetta, politici di cartapesta, intellettuali di second'ordine rosi dall'invidia, gigolò nascostamente omosessuali che esibiscono le donne come trofei, femmine di lusso e femmine di potere vengono passati al vaglio di un'ironia che non lascia scampo. Ma oltre al rimodellamento dei generi, c'è anche la contaminazione fra generi diversi: lirismo poetico, saggio ideologico, memoir, considerazioni filosofiche e religiose. Lì dove molti critici vedranno il fallimento di un autore troppo impuro ed eterogeneo per trovare il suo ubi consistam, noi oggi vediamo uno scrittore deciso ad andare oltre la formula del romanzo tradizionale, vissuta come asfittica, una camicia di Nesso della creatività. Perché poi, al fondo, Gilles è soprattutto un sogno antimoderno e un'imprecazione contro la modernità decadente: «L'uomo si è fatto scienziato perché non poteva più essere artista»... E ancora: «Il razionalismo è l'agonia della ragione... I francesi avevano edificato le chiese, e ora non potevano più rifarle, non potevano più fare niente di simile... Ora si costruivano edifici amministrativi, oppure scatole d'affitto... C'era stata la ragione francese, questa appassionata scaturigine, orgogliosa, furiosa del secolo dodicesimo, del secolo delle epopee, delle cattedrali, delle filosofie cristiane, delle sculture, delle vetrate, delle miniature, delle crociate. Ora tutto questo scompariva. Qui e in Europa».

Nella sua introduzione a Gilles, di tutto ciò Drieu è perfettamente consapevole. È uno scrittore, dice, che cerca di contrastare la decadenza: «C'è chi lo fa con l'evasione, lo spaesamento, la fuga o l'esilio. Io, pressoché solo, con l'osservazione sistematica e la satira. In più, a causa della mia idea di decadenza, l'introspezione assumeva per me un significato morale. Dovendo smascherare e denunciare, era giusto che cominciassi da me stesso. Ricordo che avrei voluto scrivere un libro intitolato Pamphlet contro me stesso e i miei amici. Sarebbe stato un modo di comporre un discorso politico sull'epoca». Gilles è anche questa cosa qui e, vista la modernità decadente che ancora ci circonda, è a maggior ragione un grande romanzo contemporaneo.