Vita di redazione tra steno, telex e dimafonisti...

Passami gli steno. Ti mando a breve con radiostampa. Vorrei una ERRE con Milano. Controlla in zincografia se è tutto a posto. I dima sono già arrivati? Passami le pinzette del piombo e il cordino per le misure. Rullo, Neroooo.

Ma che roba è? Che roba era ed è stata? Che significano quelle parole? Passami chi? Chi erano gli steno? E tutto il resto, il piombo e le pinzette, un repertorio lessicale da codici bizantini. Eppure è roba bella, roba buona, sapori e profumi di giornalismo che fu, senza scivolare troppo nella nostalgia però accarezzandola appena. Storia di ieri, carta bagnata e inchiostro nerissimo come la notte che era un tempo lungo più del giorno passato alla ricerca della notizia, tra polveri poco sottili e cronache forti. Una penna, un quaderno, a righe o (...)

(...) quadretti, poi un taccuino come i detective nei film americani, schizzi, scarabocchi più che appunti, parole e pensieri raccolti su un marciapiede, in una caserma dei carabinieri, negli uffici scuri della questura, nei corridoi tristi di un ospedale, nel caldo appiccicoso di uno spogliatoio, tra mille voci urlanti e volti di cera.

Bello il mestiere del giornalista, un piede sull'Orient Express e in mano una coppa di champagne mentre i vapori del treno segnalano la partenza per una nuova avventura. Balle spaziali. Bello, piuttosto, il mestiere di sfangarsela ogni giorno, senza orario, sfasciando famiglia e amicizie, inseguendo lo scoop da trasmettere al volo, da scrivere come clandestini, da rileggere a noi stessi come cantori narcisi. Niente computer, niente telefonini, niente internet, niente di tutto quello che oggi permette che la notizia venga a noi. Noi andavamo verso di LEI, Indiana Jones alla ricerca della pietra di qualunque colore essa fosse. Articoli determinati e determinativi, il pezzo, come viene definito, quasi fosse l'esito di un taglio, una parte, una quantità più o meno piccola mentre per noi era ed è ancora, il Tutto, l'Intero, il Totale, l'elaborato, lo scritto, l'opera magna. Il giornale, il punto di arrivo e non di partenza, la laurea, l'ingresso nella tribù degli eletti, l'iscrizione al circolo dei privilegiati, il senso del potere effimero, esibito con un tesserino verde o color prugna, con una Bic e una macchina per scrivere, trascinando il corpo e la mente, teatranti dall'aria affaticata, addobbati con abiti stazzonati, il repertorio dello scrittore che presume di essere affermato ma, al momento del vedo, trattasi di scrivente sconosciuto ai più.

Da dove incomincio, allora? Che cosa accadeva che non accade più? Chi c'era e non c'è più, non per morte o prigionia ma perché quel tipo, quel ruolo, quella funzione sono scomparse, cancellate, eliminate, tritate dalle tecnologie che non hanno forma ma fanno sostanza, sono ma non esistono, non respirano, non maledicono, non piangono, non ridono, immagini senza sostanza. La macchina per scrivere era il giocattolo del piacere perverso. Battevi sui tasti cercando di evitare i punti interrogativi severamente proibiti da Indro Montanelli, più semplicemente, per noi de Il Giornale Nuovo, Il Vecchio o Cilindro, perché LUI diceva, chiudendo le labbra della bocca a culo di gallina: «Titoli chiari, netti senza interrogativo finale, siamo noi a chiarire e non lasciamo sospesa l'interpretazione eventuale al lettore». Il nastro della bobina, metà nero e metà rosso, sulla grigia Olivetti, saltava ad ogni lettera dell'alfabeto, quando impazziva a Marcello Marchesi venne l'idea, di fronte a quelle macchioline bizzarre, creando la frase «Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano» perché insetti sembravano, sul foglio bianco. Per le correzioni Gianni Brera sfruttava un paio di pennarelli verdi estratti dalla sua borsa tattica gonfia di ogni, pipe, toscani, sigarette. Giovanni Arpino vergava senza errori, Giovanni Mosca usava soltanto la penna stilografica. Quindi si passava alla dettatura. Da dove? Come? Un telefono, quello di casa, oppure la cabina di un albergo, di un ristorante con posto pubblico, sudori e afrori, gettoni di zinco, nichel e rame, gioielli preziosissimi a dosi industriali, oppure la ERRE di cui sopra, la telefonata rovesciata a carico del ricevente che doveva rispondere positivamente alla domanda del centralinista «Accetta?». Massì che accettava. Finalmente ecco gli steno, nel senso di stenografi, ecco i dima, nel senso di dimafonisti, usi ad obbedir tacendo, come i militi della benemerita, cuffie, registratore e via a trascrivere il dettato. Quando cadeva la linea telefonica, e come se cadeva, gli insulti decollavano nell'alto dei cieli, il mal evento si verificava spesso dall'estero, tipo Paesi dell'est là dove, senza teleselezione e simili, dovevi per forza passare dalla centrale di Mosca che, dopo il controllo di regime su chi e che cosa, dava l'ok a Praga o Bucarest, a Plovdiv o a Lodz, falce, martello e censura. Nei casi più romantici o disperati, il pezzo non veniva scritto ma sgorgava a braccio, parole pensate, parlate, riferite, emozioni che diventavano frasi, pensieri trasformati in aforismi, non avevi bisogno del cordino in spago e del conteggio delle righe, l'esperienza non ingannava le misure. Esaurita la dettatura stava ai dimafonisti e agli steno passare alla trascrizione, da qui il pezzo finiva in redazione, cartellette in doppia o triplice copia. Di poi, le ulteriori eventuali correzioni e la titolazione, sommario, occhiello, tipografia. Ma attraverso quale percorso? Fattorini, come portalettere, bersaglieri di corridoio, complici e compagnoni, prima dell'avvento della posta pneumatica, quel tubo nel quale infilare il bussolotto che percorreva curve, rettilinei, discese, per finire la corsa in tipografia. Il regno delle tute nere, camici lucidi di inchiostro, linotype e linotipisti, macchine giurassiche e uomini della notte, piombo fuso che diventava pagina sul carrello, il proto, il capo operaio di quella fucina, controllava la copia modello, un foglio biancastro, quasi trasparente, bagnato d'acqua, appoggiato con delicatezza sul telaio, il rullo, lo strillo «Nerooo» a significare che la pagina poteva infine essere letta, dopo aver sollevato il foglio, come un sacro telo. Il Direttore, il caporedattore annuivano, si andava, pronti per l'impaginazione, la stampa. Tutto questo «a caldo», prima che spuntasse il mondo tipografico «a freddo», camici bianchi, computer, cellulari, internet, social. Il passato è remoto, trapassato. Ma gli ultimi minuti del giorno restano identici, minuti di una giornata senza inizio e con un epilogo mai veramente conosciuto e finito. Perché la notizia non ha orario, quando credi di avere terminato il tuo lavoro, un secondo dopo accade l'imprevisto, un fatto, il fatto, un altro fatto e allora devi ricominciare, il telefono, i pensieri, le parole, la scrittura. Diceva Oscar Wilde «La vita è tutto quello che accade mentre ti stai occupando d'altro». Questo altro è stata, è ancora è la nostra vita. Di giornalisti.