Vita rinascimentale a Lucca tra orafi e pittori

«Tu vedi lunge gli uliveti grigi che vaporano il viso ai poggi o Serchio...». Quando ai primi del secolo scorso Gabriele D’Annunzio incluse Lucca nelle sue «città del silenzio», essa sembrava vivere solo della sua intatta bellezza che riverberava le memorie di un passato sigillato nelle pietre e nelle pergamene dei documenti: testamenti, donazioni, atti notarili, commissioni, inventari. Ma nulla è in realtà loquace come gli antichi documenti, a saperli leggere. Altro che silenzio. Ne viene fuori un chiacchiericcio, uno strusciare di piedi per le vie dei borghi, un rumore di telai e di incudini.
La «città del silenzio» torna ad essere quella che era cinquecento anni fa: «una solida repubblica, con un territorio che si estendeva dalla Garfagnana al mare... vantava una particolare struttura politica e sociale, una buona organizzazione dell’arte della seta e un secolare commercio sui mercati del Nord», come scrive Maurizia Tazartes nel suo recente libro Fucina lucchese. Maestri, botteghe, mercanti in una città del Quattrocento (Edizioni ETS, pagg. 238, euro 35). Ma Lucca soprattutto brulicava di botteghe. «Pittori, scultori, orefici e altri artigiani lavoravano a stretto contatto nelle botteghe che costellavano la città, scambiandosi modelli e disegni, o in aspra concorrenza». Al vertice della struttura sociale, le potenti famiglie dei Buonvisi, Cenami, Guinigi, Arnolfini, Burlamacchi, che si spartivano il governo.
Storica dell’arte, autrice di approfonditi studi sul Rinascimento e sul Cinquecento, Maurizia Tazartes sa far parlare le carte, ricostruendo situazioni e ambienti, ridando un nome e un volto ad artisti travolti dall’anonimato dei secoli. È dagli anni Ottanta del ’900 che la studiosa conduce sistematiche ricerche d’archivio sugli atti notarili lucchesi, riuscendo a far riemergere un mondo vivacissimo fatto non solo d’arte, ma anche di pittori rissosi, di canonici tirchi, di intagliatori campagnoli, di donne di poca virtù, di artisti scapestrati.
E tutti tornano ad avere un nome, un’identità, vorremmo dire una corposità: l’anonimo Maestro dell’Immacolata Concezione è diventato Vincenzo Frediani «pictor de Luca», uno dei grandi capibottega della fine del Quattrocento formatosi alla scuola del grande Matteo Civitali. E il Maestro di Benabbio, autore di raffinatissime Madonne, si rivela come Baldassarre di Biagio, definito negli atti di un processo «hominum adulterum», perché si era portato a letto una certa Jacopa, figlia di un lanaiolo e già promessa a un altro.
E il Pittore Compitese ha finalmente il nome e il carattere di Antonio Corsi, personaggio tutt’altro che raccomandabile che, dopo avere soffiato il lavoro presso la curia arcivescovile di Lucca al collega Michele Angelo Mencherini, nel 1494 inviò lettere minatorie a Pietro Perugino, invitato a lavorare nel Duomo, di cui temeva la concorrenza. I dieci Anziani al governo della repubblica si affrettarono a mandare lettere di scusa al Perugino, ma il grande artista umbro a Lucca non mise mai piede.