Una vittoria storica, ma sarà davvero di sinistra?

L’analisi delle presidenziali dopo la vittoria del candidato &quot;dem&quot; di colore<br />

E’ finita un’epoca; quella di Bush. Ne è iniziata un’altra: quella del primo presidente di colore nella storia degli Stati Uniti. Un risultato che appena 40 anni fa, quando fu assassinato Martin Luther King, sarebbe stata inimmaginabile e che fa onore al Paese. Non fosse che per questo Barack Obama passerà alla storia.

Ma gli americani sperano che il leader democratico possa passare alla storia soprattutto come il capo dell Casa Bianca che ha rilanciato l’economia dopo un periodo di forte crisi, come Franklin Delano Roosevelt o Ronald Reagan. Non è un mistero per nessuno che senza il crash di Wall Street forse Obama non ce l’avrebbe fatta. Appena due mesi fa, in occasione delle Convention dei due partiti, il clima nel Paese era molto diverso e le perplessità sul suo conto diffuse. Barack affascinava una parte importante dell’elettorato democratico ma veniva considerato un oggetto misterioso dalla maggior parte degli elettori.

Il tracollo del mondo finanziario e l’avvento della recessione ha però cambiato completamente il quadro. Il desiderio di conoscere meglio l’uomo, il suo passato, le sue idee è stata soppiantato dall’urgenza di capire chi tra i due candidati fosse il più indicato per di risollevare l’econonomia nazionale. E dopo i tre dibattiti televisivi i dubbi sono evaporati: meglio Obama, anche se sarebbe ingeneroso mettere sotto accusa McCain, che doveva prendere le distanze da Bush pur militando in un partito mai come ora impopolare. Una sfida quasi impossibile, che lui, da vecchio combattente, non solo ha accettato ma ha tenuto viva fino a 24 ore fa. Merita senz’altro l’onore delle armi, John McCain. Chiunque al suo posto avrebbe fatto molto peggio. 

Obama ha stravinto negli Stati più colpiti dalla crisi economica: Ohio, Pennsylvania, Indiana e anche, più a ovest, New Mexico e Nevada, a conferma del ruolo determinante dell’economia nell’orientare le scelte degli elettori. Ed è stato fenomenale nell’impostare la campagna elettorale. Negli ultimi otto anni i repubblicani si erano dimostrati molto più moderni e spregiudicati, guidati dai cinici sortilegi dello spin doctor Karl Rove, ma quest’anno i rapporti di forza si sono ribaltati. Gli strateghi democratici non hanno sbagliato un colpo, azzeccando sia la strategia complessiva, sia le operazioni sul campo, quartiere per quartiere, soprattutto nelle ultime 72 ore. 

Il sistema elettorale ha retto l’urto di una partecipazione massiccia e questa è un’eccellente notizia per gli Usa, considerate le traversie del 2000 e del 2004. I democratici, secondo le proiezioni volano anche al Congresso, dove ampliano la maggioranza di cui già disponevano. Washington sarà tutta blu, il colore del partito dell’asinello; ma questo aumenta il carico sulle spalle di Obama.

Esaurita la luna di miele, il futuro presidente non avrà scuse. E probabilmente sorprenderà non pochi dei suoi attuali sostenitori. Sbaglia, anche qui in Italia, chi è persuaso che Barack applicherà un programma riformista. Obama di sinistra lo è davvero, ma è innanzitutto un politico pragmatico, che in passato non ha esitato a cambiare agenda, amicizie, idee. Nulla di sorpendente; quasi tutti i politici sono così, ma chi lo conosce bene, già pronostica un’ ulteriore correzione di rotta. Per compiacere il centro e forse in parte anche la destra, più che i “liberal” americani. Obama non ha finito di sorpenderci.