Vittorio Emanuele, il giallo regale del diario segreto

Con il suo recente volume (Parola di re. Il diario segreto di Vittorio Emanuele, Le Lettere, pagg. 158, euro 14), Francesco Perfetti ci narra la storia di un giallo storico, incentrata sul memoriale che, nel settembre 1943, il monarca cominciò a redigere, per continuarne la stesura durante il breve interludio del Regno del Sud. Era un’agenda esistenziale, ma soprattutto politica, che non venne mai pubblicata, e che anzi alla fine fu distrutta, nonostante gli sforzi per renderla pubblica di alcuni fedelissimi monarchici come Alberto Bergamini e Luigi Federzoni, e nonostante l’esplicito volere della regina Elena e l’accanita caccia che a quelle centinaia di fogli diede, tra 1957 e 1958, un grande direttore del Corriere, Mario Missiroli. Alla volontà di diffondere quelle pagine si oppose sempre la ferma resistenza di Vittorio e poi del suo erede Umberto, convinto il primo che alcuni giudizi racchiusi in quel regale «giornale di bordo» (durissimi, pare, quelli riservati a De Gasperi, Carlo Sforza, Benedetto Croce) avrebbero potuto compromettere ulteriormente la causa della Corona, persuaso l’altro che il contenuto di quelle risme di carta comprendesse giudizi assai poco lusinghieri nei suoi confronti.
Dall’agosto 1946, un quotidiano romano di fede monarchica dava alle stampe le Memorie di Vittorio Emanuele III, ora ripubblicate da Perfetti in appendice al suo volume. Era un testo apocrifo, ma verosimilmente stilato da persona bene informata degli argomenti principali svolti dal sovrano nel diario autentico. Le Memorie abbracciavano l’intero arco temporale del lungo regno del «Re e Imperatore», ma soprattutto costituivano l’autodifesa postuma del comportamento della monarchia di fronte al fascismo. Ed è qui davvero l’interesse di questo documento, che riapre il dossier dei tormentati rapporti tra l’istituto monarchico e una dittatura la quale, nonostante tutti i suoi sforzi per divenire un sistema compiutamente totalitario, fallì in questo obiettivo grazie, se non altro, alla «resistenza passiva» della corona, che pure non riuscì mai a costituire «un freno e un contrappeso alle spinte illiberali», come erroneamente si è sostenuto.
Al contrario, Vittorio Emanuele cedette molte delle sue prerogative al nuovo regime, anche in ragione dell’assenza di una effettiva reazione in suo favore della vecchia classe politica liberale restata a presidiare il Senato. Quel Senato mai completamente «fascistizzato» si trasformò rapidamente in una sorta di «Assemblea dei muti» e persistette nel suo silenzio non soltanto quando il fascismo, nel 1928, con la trasformazione del Gran Consiglio in istituzione dello Stato, strappò al monarca addirittura la possibilità di designare il proprio erede e lo privò di importanti competenze in materia costituzionale e in politica estera. Quell’assemblea rimase silente anche di fronte all’abominio delle leggi razziali del 1938, che in ogni caso recavano in calce la firma del sovrano.
Malgrado queste ferite gravissime inferte alla prerogativa regia e le ricorrenti «smanie repubblicane» di Mussolini, il sistema politico italiano mantenne la sua natura di «diarchia», di potere condiviso tra Vittorio Emanuele III e Mussolini, nonostante gli ammonimenti di politici e intellettuali fascisti (da Bottai a Spirito, a Curcio, a Costamagna), che insistevano sulla necessità di attuare un’unica concentrazione di potere, per stabilizzare definitivamente il nuovo corso politico. Che «diarchia», invece restò sino al suo termine e che alla sua natura bicefala dovette la sua rapida fine, dopo il 25 luglio, quando, se nessun antifascista operò attivamente per detronizzare Mussolini, nessun fascista si oppose energicamente alla sua caduta. Anche nell’estate del 1943, immediatamente dopo lo «squagliamento» militare dell’8 settembre, tutta la marina e quel che restava dell’esercito, in Italia e fuori d’Italia, imbracciarono le armi contro Salò e Berlino in ossequio al giuramento che li legava al monarca e non in obbedienza ai proclami dei comitati antifascisti, in quel momento ancora per lo più assenti o scarsamente presenti dalla scena politica attiva.
Persino il fascistissimo ma pure fermissimo monarchico De Vecchi di Val Cismon, quadrumviro fin dal 1919, impartì l’ordine al suo distaccamento di aprire il fuoco contro le truppe germaniche, mentre, quasi negli stessi giorni, bersaglieri e milizia fascista difendevano con successo il porto di Bari dall’attacco delle truppe del Reich. Nel momento della possibile dissoluzione dell’unità nazionale, la grandissima parte della popolazione italiana delle regioni meridionali si «strinse intorno al Re», secondo l’auspicio formulato da un grande intellettuale come Gioacchino Volpe, assicurando agli Alleati delle retrovie sicure, in grado di fornire loro un consistente aiuto materiale per completare la liberazione del nostro Paese. Il lungo duello tra fascismo e monarchia si concludeva, così, a favore del «piccolo Re». Nonostante quella vittoria, il blasone dei Savoia usciva irrimediabilmente macchiato dalla logorante competizione, per i molti, troppi cedimenti al regime. Quei cedimenti fornirono poi abbondante materia a una propaganda sicuramente esagerata e faziosa che, nel clima infuocato che contraddistinse il referendum istituzionale, segnato da gravi brogli elettorali a favore della Repubblica, decretò la scomparsa politica della monarchia dalla storia d’Italia.
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