Vivere la follia per scriverla meglio

Dai tormenti dell’infanzia a quelli sessuali fino alle pulsioni omicide.
Esce la prima biografia della scrittrice che attinge ai suoi diari e
quaderni di appunti. E che mostra la vera anima della "poetessa
dell’inquietudine"

Sotto quella frangetta nera nera, che così facilmente le cascava sugli occhi, è stata una delle scrittrici statunitensi più importanti del Novecento. Nessuna come lei ha raccontato l’ambiguità, la rabbia, le pulsioni irrazionali che trasformano l’amore in odio, la normalità in follia. Le ha raccontate perché, a torto o a ragione, le vedeva guardandosi allo specchio. Le ha raccontate perché lei che scelse di scrivere tenendosi lontana dalla letteratura alta, in realtà di quella letteratura, che aveva masticato sin dalla giovinezza, era una specie di medium: la riportava in vita infilandola in libri su cui si poteva mettere, frettolosamente, la targa dell’hard boiled.

Eppure non erano noir sanguinolenti. Erano la versione americana di Delitto e castigo, una versione allucinata e delirante, amplificata dal sole texano e dalle lunghissime ombre dei palazzi newyorkesi, che avevano complottato per funestare la vita di una ragazzina ipersensibile e maschiaccia.

Insomma, scivolare nel maelström dell’animo umano è stato il vero talento di Patricia Highsmith (1921-1995). Un talento che lei ha spesso considerato come una maledizione - le costò esilio e solitudine - e che le è stato riconosciuto molto tardi. Solo ora la critica letteraria americana e quella anglosassone in generale, si è messa a indagare davvero sull’autrice di capolavori come Sconosciuti in treno, Carol o la saga di Mr Ripley. Ecco perché arriva adesso la prima biografia completa di quella che Graham Greene ha definito «la poetessa dell’inquietudine». Questo poderoso saggio, Il talento di Miss Highsmith (Alet, pagg. 580, euro 19) firmato da Andrew Wilson, una delle penne più colte del Guardian e del Daily Telegraph, racconta per la prima volta in modo completo l’enorme mole di vita e di eventi nascosta dietro i romanzi, sovrappone le pagine pubblicate ai diari della scrittrice, i diari ai suoi quaderni di appunti letterari, quelli che contenevano le sue Keime (germi, in tedesco), le sue gocce di ispirazione da conservare e ampliare.

Leggendo le pagine di Wilson si ha l’impressione di inoltrarsi in un gigantesco scavo archeologico che rivela la complessità da cui nasce la letteratura. Si incontra la ragazzina timida cresciuta a Forth Worth e che conobbe contemporaneamente i rigori del Texas puritano e il dramma di una famiglia a pezzi, la forza delle donne, come la volitiva nonna Willie Mae, e le lascive debolezze degli uomini, come quelle del padre naturale Daniel Coats (non le lasciò nemmeno il cognome). Si incontra poi una Highsmith adulta che scopre di poter amare solo le donne e che nello scoprirlo vive enormi sensi di colpa superati solo in un trionfo della volontà: «Non c’è morale nella mia vita, non ne ho nessuna, salvo “alzati e prendi”, il resto è sentimentalismo».

E da questa scelta nasce anche la piena comprensione della mente criminale: l’altra faccia dell’amore secondo la scrittrice. Il giorno in cui decide, folle di desiderio, di seguire fino a casa sua una donna bellissima e sconosciuta succedono due cose: trasformerà quell’avvenimento nella base della trama di Carol e scriverà questo appunto: «Mi sembrava quasi di compiere un omicidio, mentre andavo a cercare la donna... L’omicidio è una specie di rapporto sessuale, una forma di possesso. (Non è anche un modo di ottenere, per un attimo, totale e fervida attenzione dall’oggetto delle proprie attenzioni?) Potrei bloccarla improvvisamente, le mie mani sulla sua gola... per renderla in un istante fredda e rigida come una statua».

In quel momento era gia nato, per certi versi, anche il personaggio di Tom Ripley, il primo serial killer della letteratura con tratti geniali, il papà di tutti gli Hannibal Lecter che ora straripano dai romanzi e dagli schermi. E questo basterebbe a spiegare l’importanza della Higsmith. Eppure è appena una delle tante sfaccettature messe in luce da Wilson di questa eterna ragazza sospesa tra saggezza e follia e che ha inchiodato, consapevolmente, alla pagina il nostro lato oscuro. Tanto consapevolmente da scrivere, ancora quasi ragazzina, a chiosa di un diario: «Guarda prima e guarda dopo, sei ancora in tempo per cambiar pensiero; la perfidia il tempo non lenisce; maledetto colui che queste pagine scalfisce».