Vizi e virtù messi in ordine alfabetico

Chi di noi non ha tradito o non è stato tradito da qualcuno? L’esperienza del tradimento appare oggi così diffusa, che risulta difficile comprenderne la vera portata. Per questo motivo può considerarsi uno dei vizi comuni delle nostre società. Eppure, tutti sin da piccoli abbiamo appreso che era una colpa gravissima, in quanto disattendeva la fiducia incondizionata dell’altro. Era addirittura il peccato di Giuda. In una società dove invece si tratta su tutto, il tradimento non solo non è considerato più un delitto. Ma è diventata una pratica perfino accettata. Sia nelle relazioni private che in quelle sociali, diventa sempre più frequente percepire il tradimento non come un vizio, bensì come una virtù.
Alla crescente difficoltà di distinguere con nettezza i vizi dalle virtù, il filosofo Salvatore Natoli ha dedicato un agile lessico morale (Dizionario dei vizi e delle virtù, Feltrinelli, pagg. 165, euro 7). Pubblicato per la prima volta nel 1996, questo piccolo dizionario morale torna di nuovo nelle librerie. E opportunamente. Perché si tratta di una specie di breviario laico in cui vizi e virtù risultano sempre più spesso intrecciati. A tal punto che, nella nostra quotidiana esperienza, ormai non riusciamo più a cogliere quella sottilissima linea di confine che riusciva a trattenerli in due sfere separate.
Dalla sua neopagana prospettiva dell’ «etica del finito», Natoli ha approntato una piccola mappa per potersi orientare in quei luoghi della nostra quotidiana esperienza dove il cortocircuito tra vizi e virtù appare più vertiginoso. Il dizionario è composto da trentatré voci. Si parte da Accidia per finire a Violenza. Passando per Benevolenza, Castità, Fortezza, Giustizia, Invidia, Orgoglio, Temperanza, Umiltà, per citarne solo alcune.
L'ozio, ad esempio. Padre dei vizi, come recita un vecchio adagio. Giacché scriveva Seneca (otium sine litteris mors est) è nell’operosità che risiede la virtù. Mentre l’inattività è fonte dei vizi: « Fallo lavorare perché non stia in ozio - si legge nel Siracide - poiché l’ozio insegna molte cattiverie». Le insegna però solo agli schiavi. Che non sanno utilizzare il loro tempo. Mentre l’ozio è cosa da liberi. Il tempo che non si converte in denaro, non è detto che sia tempo sprecato, osserva Natoli. Anzi, quando ci capita di sottrarci agli obblighi della produzione, dedichiamo il nostro tempo a noi stessi, a coloro che amiamo. E questo tempo ci rende migliori.
In una società dove l’ozio è stato bandito - poiché è nel lavoro che si realizza la vera nobiltà dell’uomo, come recita un altro antico adagio -, tutti noi non vediamo l’ora che arrivi il weekend, che arrivino le le sospirate vacanze. Per coltivare il «tempo libero». Durante il quale non è vero che «non facciamo niente». Ma «facciamo» tutto ciò che si sottrae al circuito infernale - e stressante - produzione-consumo. O almeno, così dovrebbe essere. Invece - ha ragione Natoli - spesso i weekend e le vacanze che abbiamo atteso, diventano altrettanto faticose e stressanti del lavoro. E questo accade perché ormai non riusciamo più a comprendere la pratica virtuosa dell’ozio. Che non deve essere concepito come hobby, ma come «.
Un altro antico dilemma riguarda l’utilità: noi agiamo in vista dell’utile o del bene? È del tutto legittimo che nelle nostre azioni ricerchiamo il nostro personale interesse, scrive Natoli. Ma quando la nostra virtuosa utilità rischia di danneggiare il bene degli altri, essa si trasforma in vizio. Stabilire il confine oltre il quale la virtù dell’utile personale diventa un vizio sociale è però molto difficile. E ancora: quando mai può essere virtuosa la violenza? Eppure, astenersi dall’uso della violenza verso chi pratica la pulizia etnica, ad esempio, è un delitto. Un vizio. Mentre è una virtù farne uso.
Il rapporto tra vizi e virtù è dunque complesso. Talvolta ambiguo. Il merito di Natoli è quello di mostrarci che tra vizi e virtù vi è sempre una relazione dialettica. E mai una contrapposizione gnostica.
giuseppecantarano@libero.it