Una voce unica, che creava mondi nuovi

David Foster Wallace era un autore dalla voce inconfondibile: la sua scrittura difficile da penetrare e difficile da tradurre chiedeva al lettore uno sforzo, e gli rendeva in cambio la gioia più grande che la letteratura può regalare, quella di farci vedere il mondo, o almeno una porzione di mondo, in un modo in cui non l’avevamo mai visto o saputo vedere, un modo inedito, lucidissimo e condivisibile – tanto da farci alzare gli occhi dalla pagina sentendoci più ricchi, e meno soli. La paura maggiore di Wallace era quella di non essere perfettamente capito, di risultare poco chiaro, essere frainteso: la cura maniacale con cui rispondeva alle mie domande sulla traduzione (o il tono di sincera ansia con cui mi confessava di non credere che alcune delle sue pagine potessero, o dovessero, essere tradotte) non era sintomo della pedanteria o dello snobismo di un autore superbo e geloso delle proprie parole, ma la prova di una straordinaria onestà intellettuale, della generosità di uno scrittore che ambiva più di ogni altra cosa a creare un legame autentico e solidale fra sé e il mondo. La peggior nemica di Wallace era l’ironia venduta al sistema, l’ironia privata della sua forza rivoluzionaria e ridotta a cinismo; il suo ideale era quello di una letteratura che avesse dalla sua l’originalità dell’espressione e il vigore del pensiero critico.
Famoso per la sua ritrosia e la sua tendenza quasi fobica all’isolamento (non usava quasi per niente l’e-mail; non prendeva quasi mai l’aereo), di persona David Foster Wallace non ha mai fatto altro che dimostrarmi il calore e la sincera umanità che si nascondevano dietro le sue pagine apparentemente ostiche; lo ricordo – due anni fa al festival «Le conversazioni» a Capri, il suo unico soggiorno in Italia – darmi pacche sulla spalla come se fossimo vecchi amici (ci eravamo incontrati di persona solo due volte), rassicurarmi su una traduzione simultanea in cui mi sembrava di aver drammaticamente fallito, sorridermi chiedendomi sigarette a ripetizione perché, diceva, aveva finalmente deciso di smettere col vizio del tabacco da masticare, ma a fare a meno della nicotina ancora non ci riusciva. Era una persona timida, sincera, piena di affetto, che riusciva con il minimo gesto di simpatia a demolire la soggezione intellettuale che più o meno chiunque provava per lui. Non bastano le parole a spiegare quanto ci mancherà.
*traduttrice italiana di David Foster Wallace