«Voglio la Corea unita ma non comunista»

Che cos’è il potere e che cos’è la democrazia? Come si costruisce una tirannide e come la si fa crollare? Come si governa un popolo appena scampato al totalitarismo e al male spacciato per bene comune? Come si risvegliano coscienze ottenebrate da una lunga privazione di giustizia, libertà, ragione? Un piccolo eroe sbeffeggiato di Yi Munyol (Bompiani, pagg. 126, euro 13, traduzione di Maurizio Riotto) è un romanzo breve e profondamente politico. Senza alcuna retorica, con semplicità orientale, narra la vicenda di una quinta elementare della provincia coreana tra le primavere del 1959 e del 1960, del suo undicenne dittatore Om Soktae, del suo più strenuo oppositore prima e apologeta e braccio destro poi, il narratore Han Pyongtae, e del popolo di alunni in balìa di un «sistema spaventoso», in grado di schiacciarli e di riempire la loro testa di una fitta nebbia, rendendoli incapaci di pensare.
Om Soktae non è il solito bullo cui la vita darà una lezione - anche se questo è senz’altro il primo livello di lettura del romanzo - ma l’incarnazione di un sistema di annientamento e sfruttamento delle volontà, di cui i protagonisti sperimentano durezza e raffinatezza insieme già in tenera età, tanto da rimanerne minati per sempre. Nel microcosmo di quella classe elementare si riconosce, secondo Munyol, la caotica realtà coreana contemporanea, preda di un disperato bisogno di certezze, derivato da antichi retaggi quali il passato feudale e la tradizione confuciana e da gioghi moderni quali la divisione postbellica, la morsa del comunismo «reale» nel Nord e le speculazioni selvagge nel Sud negli ultimi due decenni.
Munyol è il più pubblicato narratore coreano contemporaneo (da noi sono già usciti Il figlio dell’uomo per Bompiani, Il poeta e Il nostro eroe decaduto per Giunti). Più volte indicato come candidato al Nobel, scrittore precocissimo di romanzi venduti a milioni - la maggior parte nel suo Paese appaiono a puntate sui giornali o diventano sceneggiati televisivi - ha una storia personale che accende in lui ad ogni nuova opera un radicato nichilismo e un aspro rimprovero al camaleontismo delle masse, vere colpevoli del successo dei despoti.
Nel 1951, a soli tre anni, durante la guerra, venne abbandonato, come tutta la sua famiglia, dal padre, che si convertì al comunismo. Da allora Munyol non lo vide più. «Ma i problemi per noi non finirono con la sua scomparsa. In seguito alla sua scelta di passare al Nord, infatti, io e la mia famiglia dovemmo affrontare difficoltà di ogni tipo, soprattutto per motivi politici. Mio padre ha influenzato la mia vita sotto tutti gli aspetti. Fin da giovane, infatti, ho dovuto rinunciare all’idea di poter studiare all’estero e di svolgere un lavoro libero e tranquillo. Ho dovuto formarmi quasi integralmente da autodidatta, e questo mio processo di sviluppo intellettuale ha lasciato molte tracce nel mio modo di comportarmi e nel mio atteggiamento mentale. Questo mio background non è certamente estraneo al mio avvicinamento alla letteratura e al fatto di essere diventato scrittore».
Munyol, come mai lei poi ha sviluppato una poetica antiideologica?
«Sebbene molte ideologie in origine siano create a favore del popolo, spesso vediamo che il popolo viene poi forzato a seguirle o addirittura a sacrificare la propria stessa vita per esse. Nella guerra di Corea questo si è visto chiaramente».
La sua storia personale che ruolo ha in questo pensiero?
«I miei anni giovanili sono stati colmi di sofferenze. E quando mi guardo indietro per cercarne la causa, vedo sempre un’ideologia alla base».
In passato lei è stato accusato dagli studenti del suo Paese di essere reazionario perché in contrasto con l’ideale comunista. Qual è la sua idea oggi sulla fine del comunismo? È un’ideologia sbagliata o è stata solo applicata male?
«In tutta franchezza, devo dirle che la Corea è l’ultimo Paese che dovrebbe guardare con favore al comunismo, anche se questo rimarrà ancora a lungo una tentazione per gli intellettuali coreani. Non si dovrebbe discutere del fatto che un’idea sia giusta o sbagliata ma di come venga applicata male, distorta, strumentalizzata. Per questo critico e ho criticato i comunisti coreani. Ho grandi speranze per un Paese che sia privo di ideologie, ma governato con buona volontà. Non ne ho alcuna per un Paese con una grande ideologia, ma nelle mani di un malvagio».
Lei sostiene che oggi anche la Corea del Sud è sotto un giogo peggiore della censura, che ha chiamato «violenza intellettuale».
«A renderla possibile è stata la forza distruttiva di Internet. Specie nella fase iniziale, Internet in Corea era totalmente dominato da gruppi populisti di sinistra, che issavano il vessillo del “progressismo”, lanciando così un barbaro attacco calcolato a chiunque la pensasse diversamente. Più tardi hanno iniziato ad agire off-line. La loro violenza somigliava a quella del periodo d’oro delle Guardie Rosse della Repubblica Popolare Cinese».
Questo ha influito sul movimento culturale coreano?
«Molti intellettuali attaccati da questi gruppi erano incapaci di reagire. Molti hanno smesso di scrivere e di parlare in pubblico e alcuni hanno ceduto e modificato radicalmente le loro opinioni politiche».
Spera nella riunificazione delle due Coree?
«È folle chiedere a un coreano se voglia o no la riunificazione. Per chi crede di aver vissuto in un Paese unito da cinquemila anni di storia, è impensabile rinunciare a tornare a essere una sola nazione. La Corea del Sud è d’accordo sulla riunificazione, ma è spaccata in due fronti opposti sui metodi, il momento e le procedure con cui dovrebbe avvenire».
Quali sono questi fronti?
«Le sinistre vogliono imporre il proprio sistema di unificazione e nel farlo stigmatizzano chi la pensa diversamente. L’espressione “gruppi anti-unificazione” viene spesso usata per indicare e dunque svilire coloro che si oppongono a questi metodi».
Quale sarà il prezzo da pagare per tornare uniti?
«Sono d’accordo sul fatto che ci sarà un prezzo, ma non deve essere troppo alto. Non si può pensare di comprare l’unità di un Paese, né di arrendersi alla Corea del Nord in nome della pace, come indicano alcuni candidati alle nostre prossime presidenziali».
Un piccolo eroe sbeffeggiato sembra una grande metafora politica. Ma di quale sistema?
«Volevo raccontare le relazioni fra intellettuali e potere attraverso il mondo dei bambini. In particolare, la tensione e l’interdipendenza che esiste tra gli intellettuali del Terzo Mondo e i governi non legittimati».
Di che cosa parlerà il suo prossimo romanzo?
«Degli anni ’80, il momento della democratizzazione, in cui la Corea ha vissuto la transizione dal regime militare all’amministrazione civile. Ma anche il momento della caduta dell’Urss, l’evento più grande nella storia dopo la caduta dell’impero romano. Penso che mi ci vorrà almeno una trilogia».
Si è fatto il suo nome per il Nobel...
«L’ho sentito dire. Ma penso di non essere in perfetta armonia con l’orientamento dell’accademia svedese. Non sono di sinistra. Non “resisto” all’establishment. Non sono mai stato in prigione. Non ho mai subito pressioni dal mio governo. Non ho mai cercato asilo politico. Il Nobel per la Letteratura sembra essere destinato a scrittori che abbiano sofferto per le suddette ragioni o che abbiano contribuito con la letteratura alla ricerca della libertà per l’umanità. O almeno questo sembra valere per gli scrittori non occidentali o di lingua non indoeuropea. Come vede, anche se i grandi valori occidentali hanno inciso profondamente sulla mia anima, mi mancano i requisiti».