Volete sapere cosa vedere a Roma? Ve lo dice Sgarbi

Italia mia vedo le mura e gli archi. No, basta archi e basta mura. Mura Aureliane, Arco di Tito, Terme di Caracalla, Fori Imperiali. Roma non è solo il superstite scheletro di quello che fu lo splendore architettonico del caput mundi, è anche un singolare crogiuolo di modernità, una modernità che dal tardo medioevo arriva alla contemporaneità attraverso sperimentazioni estetiche rivoluzionarie.
Decidendo di ignorare la Roma classica, Vittorio Sgarbi firma un affascinante itinerario nella Roma-non-più-antica, dai Papi al Duce fino a Renzo Piano (Le meraviglie di Roma dal Rinascimento ai nostri giorni, Bompiani), confermando l’immagine di una città in movimento, proprio quando sembrava agli occhi del mondo statica e immobile, una città al centro della sensibilità contemporanea, quando pareva che le luci del futuro si accendessero a Parigi o a Berlino, una città fulcro delle nuove concezioni estetiche, quando pareva chiusa nel cesarismo pontificio. Il libro è un complesso e insieme semplice Baedeker, limpido nella scrittura che evita qualsiasi sdottoreggiare per addetti ai lavori, ricchissimo di informazioni (650 schede di autori e 1500 opere segnalate), percorso da quella passione che si ritrova in tutte le opere di Sgarbi e tanto lo muove a ira contro i distruttori di bellezza. Quasi 600 pagine per un viaggio attraverso la modernità di Roma di cui l’esempio più straordinario è senza dubbio il barocco. Difficile trovare in altre città una così alta concentrazione di spericolate invenzioni architettoniche come quelle di Bernini e Borromini: l’onirica cupola di Sant’Ivo alla Sapienza, le chiese di Sant’Andrea delle Fratte (Borromini) e di Sant'Andrea al Quirinale (Bernini). Ma c’è anche la follia rococò di Santa Maria Maddalena (Giuseppe Sardi) e la magnificenza austera di palazzo Doria Pamphili (Gabriele Valvassori) fino all’arguzia barocchetta della piazza detta «dei Burrò», quasi una quinta teatrale dove si è esercitata la fantasia napoletana di Filippo Raguzzini.
Perché questa è Roma, avventura dello sguardo. Non la Roma ladrona, la Roma borgatara, palazzinara, la Roma ministeriale. È la città dove fra le due guerre convergono i migliori architetti del regime, non solo il celebrato Piacentini ma anche i giovani talenti sedotti dal razionalismo - Libera, Capponi, Michelucci, Aschieri fino al genio fulgido di Luigi Moretti - che firmano le ultime architetture in cui uno stile immediatamente riconoscibile come italiano si inserisce nella grande esperienza internazionale. È la monumentalità del Palazzo della Civiltà del lavoro all’Eur, la scenografia - purtroppo incompiuta e rabberciata nel dopoguerra - del Palazzo degli Archivi, la classicità spoglia del Palazzo delle Poste all’Aventino.
Dopo la frattura della guerra, la lunga latitanza della grande committenza pubblica termina con il «cemento d’arte» di Pier Luigi Nervi (Palazzetto dello Sport), con i tre grandi edifici rotondi (quasi tre immensi coleotteri arrivati dallo spazio) che costituiscono l’Auditorium di Renzo Piano. E poi arrivano le donne a firmare i musei della Roma più recente: Odile Decq per il Macro, Zaha Hadid per il Maxxi.
Innamorarsi di nuovo di Roma: torpida e immaginifica, curiale e sensuale, littoria e papalina. Città di angoscianti periferie, ma ogni epoca ha le sue Suburre. Diffidare di chi troppo la condanna.