VOLLARD Vivere a regola d’arte

nostro inviato a Parigi
«C’è il negro», «c’è la scimmia» gridava correndo dal giardino verso casa il piccolo Jean Renoir quando vedeva al cancello Ambroise Vollard. La domestica di famiglia non la pensava diversamente, stando sempre al ricordo del futuro grande regista: «Era grosso, con la barba, vestito poveramente, molto scuro di viso, le palle degli occhi bianche, l’aria di un selvaggio. La prima volta ho pensato fosse un venditore di tappeti e gli ho detto che non avevamo bisogno di niente. Lui ha risposto che veniva da parte di Berthe Morisot e voleva vedere il patron. Per sicurezza ho chiamato la patronne che deve averne avuto pietà, perché l’ha fatto entrare e gli ha offerto un pezzo di torta all’uva e una tazza di tè. Poi è sceso anche il signor Auguste»...
Uno dei ritratti di Vollard dipinti da Auguste Renoir aiuta a capire il perché di quelle impressioni. Si intitola Vollard avec un foulard rouge e lo ritrae come una sorta di pirata in pensione, la testa grossa, una bandana che la copre, le larghe spalle curve in avanti. Nato a Réunion, la giovinezza al sole dei Tropici gli aveva lasciato quella carnagione così strana agli occhi di un bambino e di una donna del popolo, la barba, la statura, un che di narcolettico negli occhi e nell’andatura facevano il resto. Vollard era capace di addormentarsi in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, anche mentre stava chiacchierando. Parlava poco, preferiva ascoltare, ma nessuno era in grado di dire se ti stesse veramente a sentire.
In un altro ritratto, Vollard è vestito da torero, il che fa capire che sia lui sia Renoir avevano il senso dell’umorismo. È un torero troppo grasso per fare il suo mestiere e infatti se ne sta semisdraiato su una poltroncina di vimini. Faceva bella mostra di sé nell’abitazione di rue Marignac, l’ultima delle sue dimore, un hôtel particulier il cui scalone d’ingresso era contrassegnato da due grandi sculture in bronzo che si fronteggiavano: la Venere di Maillol e la Venere Victrix di Renoir. Era stato proprio Vollard a spingere quest’ultimo alla scultura quando l’artrite alle mani aveva cominciato a rendere difficile la pittura. In un filmato d’epoca, relativo agli ultimi anni di vita, le povere mani deformate dell’artista provocano a vederle orrore e dolore: una benda ne fascia i palmi e serra le ossa che vorrebbero andarsene per i fatti loro, le dita sono come scomparse per fare posto a un bitorzoluto paesaggio lunare. Nel filmato, naturalmente, c’è anche Vollard: le malelingue dicevano che fosse lì, pronto con la sputacchiera, disponibile per aiutarlo a orinare nel vaso da notte, servizievole quanto bastava per tornarsene a casa con qualche opera del maestro sotto braccio.
Renoir non è il solo ad aver dipinto Vollard. C’è il Vollard di Cézanne e quello di Rouault, il Vollard di Bonnard e quello di Picasso... Scriverà quest’ultimo nelle sue memorie. «Nemmeno la più bella donna del mondo è stata così tanto ritratta - olio, disegno, incisione - come lui. Si è trattato di una sorta di gara, ognuno di noi voleva riuscire meglio degli altri». Superfluo dire, agli occhi di Picasso, chi fosse il vincitore di quella competizione così particolare. Il suo Ambroise Vollard è un prisma fatto di prismi in cui il volto è un elemento unico eppure infinito. Al diretto interessato piacque, ma senza esagerare. «Nonostante il suo ermetismo, anche un bambino di quattro anni capisce che quello sono io». Lo vendette a un collezionista d’arte russo...
Si intitola De Cézanne à Picasso. Chefs-d’oeuvre de la galerie Vollard la più bella mostra di Parigi (Musée d’Orsay, fino al 16 settembre). Non solo perché permette di vedere insieme capolavori di Gauguin, Van Gogh, Degas, Matisse, Rousseau, Derain e i già citati Renoir, Picasso, Rouault, Bonnard, altrimenti sparsi fra collezioni private e i più grandi musei di tutto il mondo. Ma anche perché, nel presentare, tutte insieme, opere che durante la vita Ambroise Vollard espose, commissionò, possedette o vendette c’è in essa, in filigrana, il racconto di un’incredibile stagione pittorica e la storia incrociata di più biografie artistiche tenute insieme dalla figura di un mercante d’eccezione, dal gusto sicuro, ben educato, umile eppure superbo, innamorato del suo mestiere.
Nato nel 1866 a Saint-Denis de La Réunion, Vollard aprì la sua prima galleria a Parigi nel 1894: non aveva ancora trent’anni, era figlio di un notaio, aveva studiato giurisprudenza, ma senza laurearsi. Quando morì, nel 1939, era una figura leggendaria: il più influente fra i mercanti d’arte, il maggior scopritore e sostenitore di talenti, l’editore dei più bei libri illustrati del suo tempo. Morì in un incidente di macchina, strano ed enigmatico quanto strana ed enigmatica era stata la sua vita privata, all’insegna della riservatezza e della segretezza, niente mondanità, pochissimi affetti. Guidata dall’autista, e in viaggio verso la casa di campagna, la sua Talbot uscì di strada e si capottò. Nell’urto l’autista morì sul colpo: quanto a Vollard, un bronzo che era sul vano posteriore, secondo Picasso addirittura una statuetta di Maillol, gli sfondò la testa. Lo trovarono il giorno dopo, ancora vivo ma agonizzante.
Divisa in sale monografiche che illustrano i rapporti fra il mercante e i «suoi» pittori, la mostra è un fuoco d’artificio di primogeniture. La prima esposizione di Cézanne a Parigi è firmata Vollard, l’inaugurazione della sua galleria di rue Laffitte è nel segno di Van Gogh, il giovane Picasso deve a lui il suo esordio, Gauguin un fisso mensile... Nel dipinto di Maurice Nabis Hommage à Cézanne, del 1900, gli artisti ritratti di persona o attraverso una loro opera sono Cézanne appunto, Gauguin, Redon Vuillard, Bonnard... L’unico «esterno» è lui, Vollard, e non è un caso che il quadro abbia la sua galleria come sfondo...
In un ambiente dove lo sfruttamento del talento, vero e presunto, andava di pari passo con la megalomania di chi lo possedeva o si illudeva di possederlo, Vollard fu una figura atipica. Non era un benefattore, non era un malfattore. Ci fu chi, come Matisse o Bernard, fece delle ironie sul suo nome, che aveva delle assonanze con voleur, ladro, ci fu chi, come Gauguin, lo trattò da «caimano della peggior specie», ma Cézanne era pronto a giurare sulla sua onestà, Renoir gli diede la sua amicizia, il gruppo dei Nabis lo vide come un mecenate. Il fatto è che Vollard sfuggiva alle classificazioni e questo rendeva i giudizi controversi al di là della loro soggettività. Elegante, aveva però anche un tratto barbonesco, la sua galleria era una sorta di caverna di Alì Baba, e di Barbablu, la sua casa trasformata in magazzino, enorme e come disabitata. Cordiale, appassionato di vini e di cibi, celebre fra i suoi commensali per il pollo alla creola di sua invenzione, sapeva essere ombroso, distante. Mercante, spesso e volentieri si rifiutava di vendere: per antipatia, per pigrizia, per sfizio. Nei suoi Souvenirs d’un marchant de tableaux è un abile ritrattista dei caratteri altrui, ma si guarda bene dal raccontare qualcosa di sé.
Alla sua morte Vollard lasciò in eredità circa settemila opere che la mancanza di una catalogazione ufficiale, la guerra, i traslochi, i furti, le acquisizioni dubbie dispersero in mille rivoli. La mostra, con i suoi 200 capolavori raccolti, non è che l’immagine pallida eppure luminosa della passione di una vita.