Voto: oggi e domani i ballottaggi È in gioco un'ipoteca sul futuro

Oltre 5,5 milioni di italiani chiamati alle urne: seggi aperti dalle 8 alle 22 di oggi e dalle 7 alle 15 di domani. <strong><a href="/interni/secondo_round_decisivo_6_province_e_88_comuni_chi_vince_governa_5_anni/29-05-2011/articolo-id=525986-page=0-comments=1">Secondo round decisivo in 6 Province e 88 Comuni</a></strong>. Le sfide clou: Milano e Napoli. I programmi dei due candidati della sinistra sono chiari: più tasse a Milano e zero soluzioni per i rifiuti a Napoli. Ecco perché il voto diventa un'ipoteca sul futuro

Il voto è arma fonda­mentale per il cittadino e tale resta anche quando la si usa per uno scatto umo­rale. Non sarebbe male, però, che si riflettesse sugli effetti che si provoca­no con quella piccola crocet­ta messa sul nome di un can­didato sindaco piuttosto che su un altro. Perché si vota og­gi ma gli effetti principali si sentono qualche anno dopo. Pensate a quei napoletani che votarono Antonio Basso­lino contro il sistema di pote­re di Antonio Gava e ora sono chiamati - sempre da sinistra - a votare Luigi De Magistris contro il sistema di potere di Bassolino. Non avrebbero fat­to meglio quei partenopei a valutare più precisamente i programmi, a pensare a quel­lo che sarebbe successo cin­que, dieci anni dopo?

A consi­derare, per esempio, che è meglio il termovalorizzatore proposto da Gianni Lettieri (intervento peraltro adottato dalla giunta di sinistra ma ri­formista della vicina Salerno) che la pura voglia di forca im­personata da De Magistris? Certo non è facile scegliere per un’opinione pubblica che ha rari informatori «ter­zi »: si consideri solo che il can­didato sindaco di Napoli non è- come sembrerebbe dai rac­conti di certa stampa - «l’uo­mo » di Silvio Berlusconi o di Nicola Cosentino,è l’ex presi­dente degli industriali della città, «baluardo» della presi­denza Montezemolo contro quelli che allora venivano chiamati i berluschini tipo Antonio D’Amato. Anche a Milano la prima considerazione che deve fare l’elettore è sul domani della città, su chi ha un’idea chiara su quel che avverrà, su chi ha progetti precisi per il futuro. E al di là dei difetti di comuni­cazione, la sfida fra Letizia Moratti e Giuliano Pisapia su questo terreno è nettamente dalla parte del sindaco uscen­te.

Il piano di infrastruttura­zione legato all’Expo 2015, le nuove grandi vie di collega­mento impostate (la Pede­montana, la Tem e così via), le linee ferroviarie ad alta ve­locità, le connessioni cittadi­ne al nuovo sistema infra­strutturale (innanzi tutto le nuove linee di metrò messe in cantiere) sono imponenti e sostengono un’idea di cre­scita urbana orientata a Nord- Ovest secondo la migliore tra­di­zione dell’asse che dal Sem­pione scende verso la Mal­pensa e la nuova Fiera di Rho­Pero. Una scelta strategica possibile solo grazie alla coc­ciutaggine della Moratti nel battersi per l’Expo e resa con­creta da una visione realisti­ca dei problemi che non c’è nella squadra pisapiana do­ve si baloccano su ipotesi che non rendono possibili gli in­vestimenti necessari. Alla scelta strategica delle infrastrutture per l’Expo è le­gata quella del Piano di gover­no della città, un disegno di crescita di Milano fondato sul verde, sui trasporti e sulla libertà di scelta (dentro i vin­coli detti e quello della «quali­tà ») conferita ai cittadini. Chi ha frettolosamente seguito il dibattito sul Pgt appena ap­provato avrà sentito parlare di cementificazione della cit­tà, di mani dei costruttori sul­lo sviluppo.

Ora però deve fa­re i conti con un impacciato Stefano Boeri che spiega per conto di Pisapia ai costruttori milanesi come il «piano» va­da sostanzialmente bene, sal­vo alcune modifiche. L’eletto­re avvertito non può non com­prendere come «il va sostan­zialmente bene» sia la liqui­dazi­one delle critiche distrut­tive del recente passato. Men­tre «le alcune modifiche» frut­to del pasticcionismo di una coalizione radical-estremisti­ca non produrranno che un blocco della città per più di qualche anno. Se, dunque, in­vece che da un «mal di pan­cia », ci si farà orientare da un «ben di testa», l’unico voto per il futuro non potrà che es­sere quello dato a candidati che hanno idee e forze neces­sarie per accettare le sfide ar­due del domani.