"Wagner profeta del nazismo? Se fosse così, non lo dirigerei"

Il Maestro stasera presenta <em>Valchiria</em> in anteprima per i giovani: &quot;E'
una versione moderna, siamo passati dai cavalli al Concorde&quot;

Daniel Barenboim, il timoniere della Valchiria, opera di Richard Wagner che martedì apre la stagione della Scala, ha l’influenza. La voce è nasale, gli occhi lucidi e il viso un po’ stropicciato. Ma le sue abilità diplomatiche non fanno una piega, e così pure l’agenda dove le prove dell’opera si incrociano con quelle del balletto: Il lago dei cigni, in prima il 16. Giovedì c’è stato un concerto da camera con lui al pianoforte, mentre stasera torna a fare il direttore di una Valchiria in anteprima per il solo pubblico di giovani sotto i trent’anni, un’operazione introdotta nel 2008 dal sovrintendente Stéphane Lissner. Influenza o no, Barenboim, il bulimico della vita, va avanti come un Frecciarossa.

Seduto al fianco del regista Guy Cassiers, gli si chiede cosa abbia da dire sul fatto che i cantanti di Valchiria si siano lamentati della regia e dell’uso un po’ fondamentalista dei video. Risponde che lui esalta le ugole divine di persone «che vivono sul palco emozioni esagerate. Li amiamo e ammiriamo per la volontà di pensare a sé per poi dare al pubblico». Poi chiosa: «Ma gli eccessi che noi ammiriamo vanno presi come tali. Sbaglia il cantante che sente di non potersi esprimere per via di una messa in scena». E comunque, ammesso che questa Valchiria sia così tecnologica, l’arte va avanti, guai se non si rinnovasse dice Barenboim. «Dal 1876 al 1936, la produzione di Valchiria rimase la stessa perché la vedova di Wagner pensava che ogni sillaba del marito fosse sacrosanta. Ma lo sviluppo tecnologico non viene da Marte, è una creazione umana. E Valchiria si basa su esseri umani che sono passati dai cavalli al Concorde».

Siete nostalgici del vinile perché più umano non si può? «Nel 1982, quando uscirono i primi cd - prosegue Barenboim il progressista -, si diceva che le sonorità fossero eccessivamente tecnologiche e perfette, e si perdesse poesia e umanità. Il problema è che l’uomo ha paura di conoscere troppo, perché quando conosce troppo deve pensare di più». La Valchiria mette in scena la passione, incestuosa ed adultera, dei fratelli Siegmund e Sieglinde. C’è il tema del potere di Wotan, il padre degli dei, di Siegmund e Sieglinde e di Brunilde, cioè della Valchiria che intitola l’opera. Ma qual è il tema prevalente del dramma? Nessuno in particolare, se non quello onnipresente in Wagner «per il quale l’essere umano diventa libero quando si affranca dalle convenzioni sociali», dice Barenboim. Che aggiunge: «se Wagner fosse stato un politico non sarebbe stato di destra, ma un anarchico, un oppositore delle convenzioni sociali che impediscono all’uomo di essere libero. Forse avrebbe fondato un partito di lusso nella Germania dell’Est». Poi va dritto a una questione particolarmente cara a lui, di ceppo ebraico, con doppio passaporto israeliano e palestinese. «L’associazione di Wagner al nazismo continua a segnare il modo di vedere Wagner. È sbagliato fare questa associazione solo perché Hitler disse che era il suo unico profeta. Se così fosse, io stesso mi rifiuterei di dirigere Wagner. Bisogna liberare il compositore da questo peso».

Il regista Cassiers preannuncia una Valchiria che vive una «situazione claustrofobica di mondi che la gente crea per sé e che poi vuole proteggere». I due fratelli e amanti Sigmund e Sieglinde «cercano di prendere una nuova strada. Su di loro vengono esercitate pressioni dalla vecchia generazione. E spero che i giovani di stasera vedano Valchiria in questa chiave». Temi d’attualità per una musica contemporanea, rimarca Barenboim: «Wagner ha saputo riassumere la storia della musica che lo ha preceduto ed è stato un riferimento per il ventesimo secolo». E che dire di Wagner compositore dalle lunghezze fluviali (compresi i due intervalli, si sta in teatro cinque ore). Come rassicurare il bel mondo, digiuno di opere, specie wagneriane, che martedì andrà alla Scala? «È meglio avere conoscenze musicali. Però per seguire la musica basta essere curiosi e avere volontà di ascoltare». In sintesi, l’apertura mentale non è una questione né sociale né anagrafica: «Eliott Carter ha 102 anni e sta scrivendo un concerto per pianoforte per i miei 70 anni».