Wallace Stevens Nelle stranezze della vita c'è l'anima della poesia

Un Meridiano dedicato all'autore di «Tredici modi di guardare un merlo» Per lui i versi devono essere astratti, manipolare la realtà e divertire

«Il poeta è il prete dell'invisibile» e «Il pensiero è un'infezione. Nel caso di certi pensieri diventa un'epidemia»: in questi due aforismi c'è tutta la poetica di Wallace Stevens (1878 - 1955), poetica allo stesso tempo colta e bizzarra, oscura e lampante, sacrale e irriverente. Uno dei più grandi poeti americani del secolo scorso, Stevens è forse anche uno dei meno letti in Italia, o comunque lo è sicuramente meno di altri classici come Whitman, Pound, Eliot o Ginsberg; ecco perché la pubblicazione di un Meridiano Mondadori dedicato a Tutte le poesie (a cura di Massimo Bacigalupo, pagg. 1.330, euro 68) diventa una preziosa opportunità per conoscerlo e apprezzarlo come merita.

Nell'immaginario collettivo europeo, il tipico poeta angloamericano è generalmente una persona giovane e ribelle, tanto geniale quanto sregolata, che legge tantissimo, amante dei viaggi e soprattutto attratto dal Vecchio continente, che avrà più volte visitato per rinsaldare le comuni radici artistiche e culturali. Niente di più lontano da Wallace Stevens, il quale cominciò a pubblicare, e soprattutto a essere apprezzato, in età matura, che non venne mai in Europa - anzi, praticamente non uscì mai dagli Usa -, che non leggeva altri poeti importanti per paura di esserne influenzato, che preferiva la meditazione allo studio e che, soprattutto, dopo una laurea in legge diventò un importante dirigente di una grande compagnia di assicurazioni, lavoro che gli assicurò una vita agiata, permettendogli di dedicarsi alla produzione poetica nel tempo libero, in quel continuo alternarsi di opposti che caratterizza la sua vita e la sua opera.

Anche se non venne mai in Europa, era molto incuriosito dal Vecchio continente, e fu gratificato dal fatto che proprio in Italia, nel 1954, curata da Renato Poggioli per Einaudi, apparve la prima traduzione delle sue poesie, così come sarebbe sicuramente lieto di sapere che la prima edizione completa della sua opera poetica è proprio questa pubblicata nei Meridiani. Chissà se sarebbe altrettanto soddisfatto di sapere che il titolo di una sua celebre raccolta di saggi del 1951, L'angelo necessario , è stato utilizzato nel 1986 per un proprio libro anche da un filosofo veneziano, Massimo Cacciari.

Originariamente influenzato da Nietzsche, affascinato soprattutto della contrapposizione tra apollineo e dionisiaco, dopo la Grande guerra si avvicinò a un sorta di fascismo superomistico, poi temperato da una riflessione filosofica che lo porta ad apprezzare Henri Bergson e George Santayana, per giungere, dopo la Seconda guerra mondiale, ad entusiasmarsi per Heidegger, ritenuto un «mito» soprattutto per la sua opera su Hölderlin, anche se sbadatamente lo chiama «filosofo svizzero» in una lettera del 1952 a Paule Vidal, figlia del libraio parigino al quale ordinava i libri per corrispondenza.

Raffinato esteta per i suoi estimatori o dandy arrogante per i suoi detrattori, Stevens si definiva «uno che abita ancora nella torre d'avorio, ma per cui la vita in questa torre sarebbe insopportabile se, di lassù non si godesse d'una vista così eccezionale del traffico e dei cartelloni pubblicitari... È l'eremita che vive solo con il sole e la luna, ma continua a comprare un marcio giornale». Alcune sue poesie sembrano rasentare il nonsenso di Edward Lear, soprattutto in titoli come Le Monocle de Mon Oncle oppure Il povero nudo parte per un viaggio primaverile o Né opossum né boccone né patata , ma il surrealismo non lo interessa, «perché inventa senza scoprire: far suonare l'organetto a un'ostrica è inventare, non scoprire». La sua ricerca poetica non vuole stupire per il gusto di stupire, ma desidera aiutare l'uomo a giungere alla comprensione della realtà attraverso strade strane, ma non impraticabili, come dimostra un esperimento condotto su una delle sue poesie più note, quei Tredici modi di guardare un merlo la cui interpretazione fu proposta tanto a letterati e filosofi, che ci ricamarono astruse teorie estetiche, quanto a degli scolaretti delle elementari, che offrirono commenti e spiegazioni altrettanto plausibili e sicuramente più gradevoli.

La poesia è la realtà, come cerca di spiegare nelle Note verso la finzione suprema , il suo trattato di ars poetica , in cui enuncia i tre aspetti essenziali della poesia: deve essere astratta; deve trasformare; deve dare piacere. Il suo grande virtuosismo linguistico, magistralmente tradotto da Bacigalupo, è semplicemente il modo migliore per avvicinarsi alla realtà direttamente, attraverso la poesia. Dio è morto, e il vuoto che ha lasciato deve essere riempito dalla fede del poeta nella sua arte, che è l'unica, vera risposta alle domande sul senso della vita. Ecco perché può intitolare un componimento Come vivere. Come fare e teorizzare il ruolo del poeta come «colui che aiuta le persone a vivere la loro vita», facendo sì che la sua immaginazione diventi la loro, illuminando le loro menti.

La «poesia è un messale nel fango», e il messale si legge, non si interpreta: non bisogna mai spiegare un componimento, perché, semplicemente, lo si distruggerebbe. Stevens sembra incarnare un moderno alchimista - e sul presunto esoterismo di Stevens si è scritto parecchio - che cerca la pietra filosofale senza l'ausilio della ragione, che diventa una barriera insormontabile tra l'uomo e il mondo, ma tramite la fatica dell'esperimento: lege, lege, lege, relege et invenies recita la sapienza ermetica. L'oscurità dei suoi versi è un invito a fermarsi e (non) ragionare: «La saggezza non richiede niente di più».