Washington più vicina alle ragioni di Israele

di R. A. Segre

Hillary Clinton ha lasciato Israele dopo una visita che ha soddisfatto il premier israeliano e fatto infuriare il presidente dell'Autonomia palestinese Abu Mazen. Netanyahu ha ragione di essere contento. Non ha ceduto sulla questione delle costruzioni dentro gli insediamenti; ha incassando i complimenti del Segretario di Stato per la «moratoria senza precedenti» da lui decisa in merito alla creazione di nuovi insediamenti. È sollevato dal rifiuto di Abu Mazen di riprendere i negoziati «senza condizioni» che lo libera dal bisogno di prendere iniziative. Ma la soddisfazione di Netanyahu nasce anche dal sentimento che gli americani incominciano a capire quello da lui sostenuto e negato dalla sinistra israeliana (con gli accordi di Oslo) che i palestinesi non vogliono uno Stato per convivere in pace con Israele ma come condizione per distruggerlo. Se questa è la direzione che prenderà il conflitto mediorientale quattro potrebbero esserne le conseguenze.
1. Nessuna nuova concessione territoriale israeliana ai palestinesi dal momento che l'evacuazione ordinata da Sharon dei coloni nella striscia di Gaza ha dimostrato che tanto Al Fatah quanto Hamas le userebbero per minacciare il cuore di Israele. Se è stato possibile far sgombrare con la forza 8000 coloni è impossibile farlo contro la volontà di 250mila ebrei installati in Cisgiordania.
2. La frattura fra Al Fatah in Cisgiordania e Hamas a Gaza ha messo in luce l'inesistenza di un’identità nazionale palestinese. Questa esiste solo contro Israele mentre altrove i palestinesi continuano a seguire la logica di interessi spesso contrastanti fra cristiani e musulmani, fra modernisti laici e tradizionalisti islamici, fra clan famigliari e tribali. La violenza degli attacchi che quotidianamente Hamas lancia contro l'Autorità palestinese e il suo presidente lo dimostra contribuendo al posizionamento del «moderato» Abu Mazen su posizioni sempre più rigide e anti israeliane. Allo stesso tempo e nella più tradizionale logica di «lotta di liberazione» palestinese, Al Fatah e Hamas unitamente al movimento islamico in Israele si sono accordati per coordinare - nonostante le loro differenze ideologiche - le loro tattiche a sostegno degli scontri settimanali a Gerusalemme per la «difesa delle Sante moschee dall'assalto criminale sionista».
3. Se il processo di radicalizzazione palestinese, dentro e fuori a Israele, dovesse continuare e svilupparsi, è evidente che rappresenterebbe la fine dalla strategia della «road map», mirante a creare «due Stati in Terra santa». Se ne avvantaggerebbero tutti coloro che credono nella inevitabilità dell'esistenza di «un solo stato per due popoli in Palestina». Paradossalmente è la politica in cui tanto gli islamici di Hamas quanto i sionisti laici e i religiosi della destra israeliana hanno sempre creduto. Con una importante differenza: uno Stato ebraico con due popoli significherebbe un grosso problema demografico arabo nelle proprie frontiere. Uno Stato islamico con due popoli significherebbe un grosso problema di identificazione di cimiteri sufficientemente grandi per accogliere gli ebrei.
4. Prevedere come si svilupperà il conflitto palestinese è elusivo come il tentativo di creare le condizioni di pace attraverso la diplomazia in Terra santa. Una cosa tuttavia appare certa: il conflitto fra Israele e Stati arabi è finito sia attraverso accordi di pace (Egitto e Giordania) sia attraverso la sospensione di operazioni di guerra (Siria, Irak, Libano). Il suo posto viene preso in maniera crescente dal conflitto fra ebraismo e islam nonostante tutte le dichiarazioni del contrario di leader religiosi o laici. Lo dimostra l'emergere di Hamas come Stato palestinese islamico «democratico (a suo modo) e moderno». Lo dimostra l'abbandono da parte della maggioranza degli israeliani (nonostante tutte le dichiarazione del contrario dei suoi scrittori, intellettuali e uomini della sinistra ) dell'idea di uno Stato laico sionista a favore di uno Stato ebraico democratico (a suo modo) e moderno.