Niente pace dei sensi: gli anziani amano il sesso

Nessuna pace dei sensi: anche gli anziani amano il sesso. Non solo: si innamorano, si lanciano in lunghi corteggiamenti e guardano alla loro ormai trascorsa con lucida positività. Tutti i miti più diffusi sulla terza età, sconfessati da survey e da un libro.

Si è soliti credere che l'entrata nella terza età corrisponda alla pace dei sensi. Uomini e donne, ormai maturi e con una vita di ricordi alle spalle, non avrebbero più bisogno dei piaceri del fisico, perché sufficientemente saggi e appagati dalla mente. Eppure questo in realtà non accade, così come mostrano delle recenti ricerche. Tra sessualità e affettività, quali sono i miti più diffusi sul conto degli anziani?

A cercare di chiarire alcune leggende sulla terza età, alcune delle quali ben radicate nell'immaginario comune, ci pensa l'edizione online del Guardian. Nonostante i fisiologici acciacchi e una risposta del fisico forne non più come quella di un tempo, l'ultima fase della vita apparirebbe molto meno drammatica rispetto a come solitamente la si descrive. A partire proprio dal sesso: in uno studio del NORC dell'Università di Chicago, ad esempio, è emerso come il 75% delle donne e il 72% degli uomini fra i 75 e gli 85 ritengano il sesso una qualità importante per mantenere viva una relazione di coppia. Un fatto che potrebbe avere ripercussioni importanti, così come si legge sulla testata d'Oltremanica, poiché raramente le politiche rivolte agli anziani tengono in debito conto le esigenze intime delle coppie, tra una riduzione della privacy e una scarsa informazione sui comportamenti sessuali più idonei per questo periodo di vita.

Non solo erotismo, ma anche affetti e carattere. Non sempre, ad esempio, le vedove si lanciano in nuovi corteggiamenti pur di convolare a nuove nozze. Sono molto più frequenti le storie senza troppe pretese sentimentali, la compagnia con il partner, un rinnovato senso di libertà che sembra di palesi solamente nella terza età. Cade anche lo stereotipo della supposta avarizia dell'anziano, che si trasforma invece in oculata amministrazione degli averi data anche l'incertezza del prosieguo di vita, così come la rincorsa delle scelte più ragionevoli e conscienziose. Anche i non più giovani si lanciano in decisioni dettate dall'istinto e dalle passioni: il luogo comune sembra più derivare dall'accresciuta capacità critica dovuta dalla saggezza, che spinge donne e uomini a vagliare più alternative prima di firmare un contratto, effettuare un acquisto o lanciarsi in un investimento.

In "Great Myths of Aging", i grandi miti dell'invecchiamento, le autrici Joan T. Erber e Lenore T. Szuchman spiegherebbero gran parte di queste erronee concezioni sul conto dei non più giovanissimi. Una delle più evidenti è certamente la consuetudine di rivolgersi all'anziano così come se si trattasse di un bambino, con frasi semplici, ben scandite e a voce alta. In realtà, in assenza di condizioni già esistenti che potrebbero limitare le capacità di comprensione, si tratterebbe di un comportamento che gli stessi anziani potrebbero ritenere a tratti offensivo nei loro confronti. Infine, fuorvianti sarebbero anche le previsioni di vita e morte: non solo fra le comunità di over 75 vi sarebbero livelli di depressione pari o addirittura più bassi rispetto alla popolazione generale, ma pare non vi sia estrema preoccupazione nell'avvicinarsi al fine vita. Emerge infatti come gran parte degli appartenenti alla terza età siano più focalizzati sulle modalità di morte, che sull'inevitabilità di questo processo. In definitiva, entrare nell'ultima fase dell'esistenza non sarebbe così drammatico come spesso lo si dipinge: è tempo quindi di ripensare all'anziano anche in questa nuova chiave?