Da Wembley al Sarrià, quando le ruspe abbattono i miti

Storie di stadi scomparsi: a New York stanno per cancellare persino lo Yankee Stadium

«Era brutto, ci pioveva dentro, i pilastri bloccavano la visuale, ma solo al Comiskey Park ho trascorso i momenti più belli della mia vita. Sapere ora che non ci sarà più è come aver perso un fraterno amico», disse quel giorno un anziano tifoso dei White Sox. Stavano demolendo il più antico, celebre e poetico stadio del baseball di tutti gli Usa e la vedova di Billie Burke che lì aveva costruito la sua gloria, disse fra le lacrime: «Bill chiese che le sue ceneri venissero sparse sul prato verso la terza base, per lui il Comiskey era il paradiso. Adesso io dove andrò a pregare?».
Era il 1990, dopo l’ultima giornata di campionato il tempio di Chicago era entrato in demolizione, gareggiava con Al Capone per il titolo di istituzione più acclamata della città, ma anche le leggende vanno al tappeto, e quando cadono fanno un gran botto che prende il cuore. Li fai e poi via, li abbatti, e quando si alza la polvere senti le urla e immagini milioni di braccia tese verso il cielo. È una legge che non dà scampo, Olimpia oggi sono rovine ombreggiate da immensi pini, qualche migliaio di secoli fa all’entrata si ergeva un olivo selvatico dal quale tagliavano i rami per incoronare i vincitori delle gare. Era accanto all’altare di Zeus e ci praticavano tutti gli sport possibili e conosciuti, compresa la corsa dei guerrieri in tenuta da battaglia, elmo compreso.
Sono crollati ad uno ad uno anche i capolavori di Archie Leitch, lo scozzese che costruì teatri per lo sport con la trovata della balconata che divideva la tribuna vip dalla piccionaia. Era una striscia bianca di cemento armato piena di fregi e stemmi con i colori del club. Gli ingressi sembravano facciate di musei, Ibrox era il tempio dei protestanti di Glasgow, poi fece anche quello del Celtic prima di finire in Inghilterra dove progettò e costruì stadi a mezza Premier league da fine ’800 ai primi anni Trenta, il novanta per cento dei quali non esiste più, o è stato completamente ristrutturato. Hanno abbattuto anche The Dell di Southampton, l’unico stadio in cui si poteva vedere il campo stando comodamente seduti al secondo piano di un autobus. Non c’è più neppure il sontuoso Wembley, abbattuto nel Duemila. Dicono che il crollo fu preceduto da un boato sinistro, e quando il 20 marzo del 2006 una parte del tetto del nuovo Wembley cedette all’improvviso, qualcuno sentì echeggiare il ghigno beffardo di Bobby Moore e Stanley Matthews.
Forse a noi fanno più rabbia le ruspe che hanno cancellato Highbury dove la nostra nazionale riciclò in leoni gli azzurri al posto degli inglesi, o il Sarrià di Barcellona dove Pablito ci fece sognare nell’82. Spariti, come a breve succederà anche all’Anfield Road di Liverpool. È andato giù perfino il maledetto Heysel, verrà cancellato anche il Fonte Nova di Bahia dove pochi mesi fa una tribuna è crollata con sette morti e decine di feriti fra i tifosi. In compenso risorgerà il Filadelfia. Il Green Point di Città del Capo ha fatto posto al nuovo impianto che ospiterà i mondiali del 2010. A New York stanno per crollare lo Shea e lo spaziale Yankee stadium subito dopo l’All star game di baseball di questa stagione.
Il King County Domed Stadium, the Kingdome, era completamente coperto. Era stato inaugurato nel 1976 con un incontro di calcio, ma ospitava anche baseball e basket. Nel luglio 1994 un’infiltrazione d’acqua dovuta alla scarsa manutenzione dell’impianto provocò il crollo di parte della copertura, durante i tentativi di ristrutturazione che ne seguirono due operai persero la vita cadendo da una gru, e alla fine si decise di demolire l’impianto e costruirne uno nuovo sulla stessa area, era il 2000, crollava un altro tempio.
Gli stadi americani dei sogni con le poltroncine in broccato, i seggiolini d’argento, cento suite imperiali, specchi e cristalli, al Raymond James quando uno dei buccaneers segna un touchdown i cannoni della nave pirata ormeggiata a fianco, sparano otto colpi.
A Milano invece basta una nevicata per abbattere un impianto, la proverbiale efficienza milanese ha prodotto un Palasport che è riuscito a crollare da solo, senza ulteriori costi. E nessuno l’ha più ricostruito.