Wilbur Smith: "La mia vita è tutta un safari"

Il maestro del romanzo d'avventura torna in libreria con "Il destino del cacciatore" e si racconta: dal primo fucile avuto in regalo a 8 anni all'incrollabile amore per l'Africa

Da trent’anni Wilbur Smith è considerato il maestro della letteratura d’avventura. In Italia ha venduto 18 milioni di copie che lo rendono l’autore straniero più letto nel nostro Paese. Il «sogno africano» lo ha cullato fin da bambino quando, sostiene, la mamma gli diede da bere, con il latte, «le acque del fiume Zambesi». Smith ha raccontato le avventure di contrabbandieri d’avorio e diamanti, le imprese di schiavisti e colonialisti, gli epici safari nella Savana dei cacciatori bianchi, i pigmei... Ha illustrato i folli progetti di conquista dell’Etiopia, ma ha anche ricostruito l’assedio di Karthoum, e si è divertito a far viaggiare i suoi lettori nel favoloso antico Egitto dei faraoni (nel fortunatissimo ciclo composto da Il dio del fiume, Il settimo papiro, I figli del Nilo e Alle fonti del Nilo).

Sistematico nel produrre quasi un romanzo l’anno, lo scrittore zambiano nel recentissimo Il destino del cacciatore (Longanesi, pagg. 502, euro 19,60) ancora una volta affronta il tema della caccia. Protagonista del romanzo (che fa parte della saga dei Courtney) è un giovane e coraggioso sottotenente dei King’s African Rifles il quale, quando non è costretto ad arginare con il fido luogotenente Manyoro le scorrerie dei Nandi, mostra una passione speciale per la caccia grossa. Leon Courtney, infatti, ne è un campione, avendone imparato tutti i segreti dai guerrieri Masai, abituati a stanare e ad affrontare le belve armati soltanto delle loro lunghe lance, le assegai (che danno il titolo originale al libro). Leon si trova dunque a scortare in territorio selvaggio uomini facoltosi che amano l’avventura. Fra loro, il presidente americano Theodore Roosevelt, ma anche il perfido conte tedesco Otto Von Meerbach. Fra le pagine de Il destino del cacciatore i lettori scopriranno che nell’Africa Orientale del 1913 si celano, oltre alle insidie animali, anche diabolici intrighi internazionali che potrebbero cambiare le sorti dell’imminente Grande guerra.

«Provengo da una famiglia di cacciatori - ci spiega Smith - con una lunga tradizione iniziata da mio nonno e poi trasmessa a me da mio padre che amava moltissimo la caccia e i viaggi. Mio nonno si occupava del trasporto dei macchinari che servivano alle miniere di oro e diamanti: portava dalla costa all’interno queste preziose merci con carri trainati da buoi. Mio padre e mio nonno conoscevano molto bene sia le abitudini degli animali, sia il territorio in cui si muovevano. Ho imparato ad amare la caccia ascoltando i racconti dei loro safari. Poi, quando avevo otto anni, papà mi regalò il primo fucile, un calibro 22 Remington, con cui ho cominciato a sparare agli uccelli che poi cucinavo e mangiavo assieme ai miei compagni di giochi. Qualche anno dopo ebbi una sorta di repulsione nei confronti di questa pratica, in particolare nei confronti del bracconaggio. C’era gente che sparava agli animali per divertimento, non per procurarsi la carne per sopravvivere o per proteggere le fattorie. Oggi, per fortuna ci sono dipartimenti preposti al controllo della caccia sul territorio e alla preservazione della fauna. I cacciatori “etici” svolgono un lavoro fondamentale di tutela del territorio e di conservazione della natura».

In che modo?
«Non colpiscono mai né maschi né femmine nel periodo della riproduzione, abbattono soltanto capi anziani e che hanno quasi concluso il loro ciclo vitale. Sono bestie destinate al declino e ad essere sbranate dalle iene o da altri predatori. Oggi per abbattere un elefante un cacciatore deve sborsare circa 100mila dollari e metà della cifra va alla popolazione che vive nel territorio dove si trova l’animale abbattuto. Questo comporta che gli abitanti locali facciano di tutto per contrastare il bracconaggio e per preservare l’integrità della fauna».

È vero che il suo primo romanzo venne bocciato da 14 editori? «Sì. Ma sono stato molto fortunato perché in quel primo libro (che spero finirà nella tomba con me...) erano concentrati tutti gli errori del debuttante. Il secondo libro, che scrissi nel 1964, quando ero ancora impiegato per la Salisbury Inland Revenue, è quello che mi ha poi indirizzato lungo il percorso che ho seguito sino ad oggi come narratore».

Come mai ha scelto di scrivere romanzi d’avventura?
«Sono un romantico. Mi piace scrivere e leggere storie di eroi ed eroine. Amo dipingere su tele molto grandi, per questo nelle mie storie uso moltissimi personaggi e ho bisogno di entusiasmo e di ritmo per portare a termine il mio lavoro. So che soltanto alla fine io e i lettori potremo tirare insieme il fiato... Ho avuto la grande fortuna di nascere e crescere in Africa, dov’è sepolto un tesoro di storie. Dalle foreste alle montagne, dai grandi fiumi alla Savana ho trovato un immaginario incredibile, popolato da possenti elefanti o minuscoli roditori, abitato dai giganteschi Watussi e dai minuscoli pigmei, attraversato dai boscimani e dai Koi-Koi. Mio padre aveva un aeroplano personale, e con lui ho sorvolato laghi, montagne e fiumi, accorgendomi di quanto fosse grande questo continente e quanto diverso da regione a regione. Mi sono trovato a disposizione un’immensa ricchezza che non potevo non riraccontare».

Da bambino preferiva i racconti africani di Edgar Rice Burroughs o quelli di H. Rider Haggard?
«A dire il vero il mio primo vero amore letterario sono state le cronache dei viaggi di David Livingstone. Edgar Rice Burroughs ha scritto le avventure di Tarzan in California, senza mai visitare l’Africa, per cui ho sempre sorriso leggendole e paragonandole alla realtà che mi circondava. H. Ryder Haggard, invece, aveva viaggiato ed esplorato l’Africa. Le sue storie mi hanno sempre affascinato. Il mio Alle fonti del Nilo è un omaggio esplicito al suo ciclo di She (la Donna Eterna). Leggere i suoi romanzi mi ha stimolato a scrivere utilizzando tutte le conoscenze sulla realtà africana che avevo a disposizione».

Pensa di scrivere ancora romanzi con protagonista lo scriba egizio Taita?
«Per ora lui tace. Non me l’ha ancora chiesto, ma so che quando sarà il momento giusto tornerà a manifestarsi in qualche modo e mi spingerà a scrivere una sua nuova avventura».