Wolfgang Laib, l’innocenza della pietra e della cera

Nel 1972 l’artista tedesco Wolfgang Laib, al ritorno da una serie di viaggi in India (si laurea in medicina all’Università di Tubinga con una tesi sulla potabilità dell’acqua nel sud dell’India), si dedica per sei mesi a lavorare un grande masso trovato nei pressi della sua casa (una casa dove si era trasferito con la famiglia a dodici anni e dove vive tuttora, circondata da campi e foreste) fino a raggiungere una forma ovoidale, nera, lucente, intitolata Brahmanda, termine che in sanscrito significa «uovo dell’universo». È la sua prima vera e propria opera dopo gli studi, in essa c’è, in nuce, tutto il suo lavoro futuro. «Già assistiamo alla manipolazione di un elemento naturale in un oggetto che acquista, attraverso la forma e la mitologia archetipa della sua configurazione, un valore ieratico - scrive Mario Codognato e prosegue -, un elemento rinvenuto e recuperato nel territorio della vita quotidiana dell’artista, e quindi della sua storia personale, risulta trasformato in un riferimento universale. Il tempo relativamente lungo impiegato per la sua realizzazione e il dedicarsi esclusivamente a questa operazione rivelano quella sistematicità e quella autodisciplina che caratterizzeranno il suo metodo di lavoro e la sua filosofia di vita. La forma ovoidale e la sua lucentezza sono anche un palese riferimento alla poetica di Brancusi». Archetipi, elementi della simbologia universale, forme primordiali coincidono nell’opera di Laib con l’uso della più recente tradizione della scultura, del linguaggio “moderno” non solo di Brancusi, ma anche di Mondrian e Malevic e del minimalismo: in Laib le strutture primarie sono veramente strutture del primario.
Ora il MACRO di Roma, presenta la prima mostra personale (a cura di Danilo Eccher, catalogo Electa) in un museo pubblico italiano di questo raro e prezioso artista che sfugge a ogni etichetta e catalogazione. Nel 1975 Laib crea la sua prima Milkstone, una lastra di marmo chiaro la cui superficie leggermente incavata è ricoperta di latte. Danilo Eccher parla di «carezza poetica che si posa sulla superficie lattiginosa delle Milkstones, quel biancore vitreo che confonde il marmo, quel liquido candore che ammorbidisce la pietra». Un minimalismo soft. La velatura lattea rende palpitante la superficie, porta alla luce la condizione di essere vivente della pietra, la sua anima. La materia organica si fonde con l’inorganica attraverso un rituale versamento liquido.
Dal 1977 Laib comincia una nuova pratica rituale destinata a diventare forse la sua più tipica: la raccolta nella campagna circostante alla sua casa dei pollini più diversi secondo la fioritura e le stagioni. Il polline di nocciolo, dente di leone, ranuncolo, pino, muschio viene setacciato sul pavimento disegnando rettangoli dai bordi sfumati che a qualcuno hanno ricordato i muri di luce di Rothko. Il polline è quintessenza di energia spirituale e in alcuni casi è esposto anche in barattoli di vetro, alcuni chiusi, altri aperti, sul davanzale di una finestra. Nell’83, al ritorno da un lungo viaggio in India, associa un nuovo elemento, il riso, a nove coni di ottone disposti come una costellazione; l’anno seguente nascono le Rice Houses, strutture a forma di tetto circondate da mucchietti di chicchi. «Le Rice Houses hanno la forma di una casa, ma anche quella di un reliquiario medievale, contenente le ossa dei Santi» ha scritto Laib e anche «Se capovolgi una casa, essa diventa una barca per viaggiare».
E infatti alla metà degli anni Novanta le barche appaiono nel viaggio spirituale e artistico di Laib. Sono fatte di una materia duttile, malleabile, profumata: la cera d’api. Con questo «materiale da costruzione» l’artista ha realizzato stanze che invitano a una metafisica esperienza, poste anche in siti naturali, come la grotta della montagna sacra dei catalani. Infine l'ultimo elemento fa la sua comparsa nel ’98: si tratta di Ziggurat o scale, prima in cera e poi in legno laccato, che suggeriscono un movimento ascensionale.