A Yale si domandano: «Il ’68 fu Rivoluzione?»

Un convegno con festival cinematografico organizzato dalla prestigiosa università americana riapre il dibattito

Di fronte al declino di attenzione per le scienze umane che affligge le università su entrambe le sponde dell’oceano (con ben concrete conseguenze finanziarie), la soluzione più diffusa nelle università nordamericane è quella di ri-attrarre gli studenti verso gli studi umanistici mediante iniezioni sempre più robuste di «studi cinematografici». Soluzione, va detto subito, alquanto discutibile. Intanto, non tutti i corsi dove si vedono vari film di qualità discontinua, magari con l’aggiunta di qualche vassoiata di pizza, meritano l'alto titolo di «studi». Ma anche nei casi migliori questa tattica di parlare a nuora (lo spettatore cinematografico) perché suocera (il lettore) intenda risulta un pochino opportunistica. Si tratta di un allargamento di visuale sul mondo, oppure è un altro gradino scivoloso lungo la china del nuovo analfabetismo, così che la visione di un film può diventare anche l’alibi per evitare contatti più vitali (con lo spettacolo teatrale, per esempio) e più profondi (quelli con la pagina scritta)?
Ma la deplorazione nello stile di vestali della letteratura risulta abbastanza inutile, e i laudatori del passato risultano più efficaci quando si impegnano nell’analisi critica del presente-futuro; notando per esempio che la sottocultura di una data epoca tende a diventare l’alta cultura dell’epoca seguente. Il teatro, che nell’Ottocento era in larga parte una forma di divertimento evasivo, è divenuto oggi un consumo culturale elitario e raffinato; e qualche cosa di simile sta accadendo con il cinema. Il vecchio cinematografo sembra avviato a diventare qualche cosa di quasi arcano, un territorio privilegiato, che comincia a erodersi sotto l’assalto delle nuove ondate tecnologiche: film in internet, digitalizzazione delle immagini, eccetera (vedi il saggio di David Denby, Big Pictures, sul New Yorker dell’8 gennaio).
Nel frattempo, il raccoglimento di gruppo intorno al grande schermo, alternando film a conferenze sui medesimi, si diffonde sempre più come modo di deliberazione culturale, vivacizzando la forma tradizionale del simposio o convegno.
Riprova di tutto ciò è il «Festival cinematografico con convegno» che si terrà a metà del mese prossimo all’università di Yale, col titolo Sixty-Eight! Europe, Cinema, Revolution?; e che, come recita il documento preparatorio, «si concentrerà sui film New Wave dell’Europa Orientale e Occidentale nel periodo che prepara e che segue le prove di forza politiche del 1968. Il Consiglio degli Studi Europei, in collaborazione con il Programma di Studi Cinematografici e il Dipartimento di Storia dell’Arte, ha organizzato il festival sulla base di un’ampia scelta di film provenienti da vari Paesi, che vanno dalle piccole gemme semisconosciute e i cortometraggi di avanguardia fino ad alcuni classici del cinema. Il festival intreccerà lungometraggi, documentari e film sperimentali con introduzioni da parte di studiosi e critici di varie discipline, con tavole rotonde e dibattiti».
Ogni bilancio è chiaramente prematuro; ma il critico non può sottrarsi alla sua funzione di delineare un orizzonte di pre-comprensione. E mi riferisco al nodo storico che serve da pre-testo a questo festival. Eviteremo di cadere in uno dei due estremi opposti: l'eroicizzazione o epicizzazione (nulla di più patetico degli orfanelli del Sessantotto), e d'altra parte la liquidazione troppo sbrigativa di tutta quell'esperienza. È un equilibrio difficile - e un certo imbarazzo traspare fin dalla forma grafica del titolo che ho appena citato, con quell'esibizionistico punto esclamativo: «Sessantotto!» - punto esclamativo che ha una connotazione da «comic book», dunque crea una distanza esitante rispetto al suo stesso oggetto. Ma là dove l'imbarazzo si rivela nella sua valenza politico-ideologica è nel punto interrogativo finale. Evidentemente questo punto di domanda non abbraccia tutti e tre i vocaboli al cui seguito esso si trova, ma solo l'ultimo di essi: pare evidente infatti che l'idea di «Cinema» e quella di «Europa» non necessitano di questa sfumatura. Il punto interrogativo funziona dunque come foglia di fico delicatamente posata su quel concetto erettile e ormai un po' osceno che è la «Rivoluzione». Non è esagerato in effetti osservare che la differenza fra «Rivoluzione» e «Rivoluzione?» in una titolatura sul Sessantotto segna una svolta epocale.
Tutti noi che abbiamo vissuto quegli anni d'oro matto ricordiamo bene il tono di venerazione con cui si abusava di quella parola semisacralizzata, «rivoluzione». Non so se esistano studi comparativi del pre-cinematografico 1848 con il cinematico 1968. Se il 1848 ha mandato per qualche anno l'Europa «a carte quarantotto», si può dire che qualchecosa del genere sia accaduto con il 1968? Francamente, non direi. Il famoso saggio di Karl Marx «Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte» (che appare originariamente nel 1852, dunque a ridosso dell'avvenimento cui si riferisce: il colpo di stato di Luigi Bonaparte ha luogo il 2 dicembre 1851) comincia com'è noto con queste parole: «Hegel osserva da qualche parte che i grandi avvenimenti e personaggi mondiali ricorrono, per così dire, due volte. Ma si è dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa». È tutt'altro che chiaro che Hegel abbia scritto qualcosa di simile, ma ovviamente ciò che importa è la battuta di Marx (nello stile pittoresco di quel Victor Hugo che egli apprezzava). Senonché la storia d'Italia con i suoi paradossi ci porta a rovesciare la battuta: alla farsa del Sessantotto succede la tragedia degli Anni di Piombo. Parlando di «farsa» non intendo alcuna liquidazione frettolosa: il Sessantotto è stato piuttosto una tragicommedia, o un complicato carnevale politico.
Il festival di Yale verrà in effetti aperto, giovedì 15 febbraio, con una giustapposizione che si potrebbe dire carnevalesca: Loin du Vietnam (1967) di Jean-Luc Godard e continuerà il giorno 16 con una serie di documentari, fra cui Cinegiornali liberi (1968) di Cesare Zavattini. Dopo una serie di documentari francesi, cecoslovacchi e ungheresi, si passerà a La Chinoise (1967) del già citato Godard e La Cina è vicina di Marco Bellocchio dello stesso anno: entrambi i film sono posti sotto la rubrica «Rivoluzione culturale?» - e si noti anche qui l'alquanto ipocrita punto interrogativo. Il giorno 17 infine si assisterà all'ultima serie di film, fra cui alcune opere di quella che allora si chiamava Germania Ovest, e gli Appunti per un film sull'India (1968) di Pier Paolo Pasolini. Il festival si concluderà con lo squillo di La révolution n'est qu'un début: continuons le combat (Pierre Clementi, 1968) e il più meditativo La struttura del cristallo del regista polacco Krzysztof Zanussi (1969). Farsa, commedia, tragicommedia, tragedia ... i generi si mescolano in maniere imprevedibili, nella letteratura così come nella vita. Non resta che dire: Si dia inizio allo spettacolo.