ZHANG AILING La scrittrice di porcellana

Autrice di culto in Cina prima della Repubblica popolare, lasciò il Paese sotto Mao per andare a Hong Kong, Taiwan e finalmente negli Usa, sua nuova patria. E oggi a Pechino intorno ai suoi libri sta nascendo un’industria culturale

Aveva, Zhang Ailing, uno sguardo finissimo, vergine eppure sapiente, sul dettaglio psicologico. Sapeva esprimerlo con grazia ignota agli occidentali e straordinaria persino per una scrittrice d’oriente. Conservò quello sguardo di porcellana per tutta la vita, anche quando da Shanghai, dove nacque nel 1920, si trasferì nel 1952 nell’ancora colonia britannica di Hong Kong e poi tre anni più tardi stabilmente negli Stati Uniti, dove fu trovata morta nel suo appartamento di Los Angeles nel 1995.
Forse è per quello sguardo di porcellana che Eileen Chang - questo il nome inglese che le viene assegnato dalla St. Mary’s Hall Girls School, la prestigiosa scuola di Shanghai cui la madre la iscrisse a dieci anni - divenne quel che si dice una scrittrice di culto. Prima nella Cina degli anni che precedono la fondazione della Repubblica popolare. Poi, una volta abbandonato il Paese della rivoluzione, appena prima che la sua fragile porcellana, costretta nei loculi di cemento degli stereotipi estetici maoisti, si frantumasse, a Hong Kong e Taiwan.
Ma è dal 1984, con la ricomparsa sulla rivista cinese Shouhuo di un suo racconto, La storia del giogo d’oro, tradotto ora in Italia da Bur (pagg. 140, euro 8,60), che la Cina riscopre la produzione letteraria di Eileen Chang. Riscoperta che l’anziana autrice osservò senza commenti dalla residenza americana in cui viveva pressoché reclusa: aveva una manciata di amici e persino la sua editor della Crown Press non l’aveva mai incontrata di persona, dopo decenni di stretta collaborazione. Studi, articoli, ricerche su Ailing vennero ancor più alimentati dalla riservatezza che soltanto i personaggi destinati al mito sanno permettersi: vi fu un reporter di Taiwan che si stabilì a Los Angeles in un appartamento contiguo al suo, la pedinò per giorni e violò ripetutamente la sua privacy pur di scrivere un articolo che ne illuminasse il mistero.
Oggi, in Cina, Zhang Ailing è al centro di una vera e propria industria culturale: volumi fotografici raccolgono le vedute dei palazzi in cui ha vissuto e delle strade di Shanghai che ha amato o visitato; fioriscono biografie e anche il ritrovamento di poche pagine basta a far gridare al romanzo inedito. E forse il segno più evidente del suo culto è che Hollywood, in seconda battuta rispetto all’industria cinematografica orientale, si sia accorta di lei: è atteso per il 2007 il nuovo film di Ang Lee, il regista di Brokeback Mountain, tratto dal suo racconto Lust, Caution, storia di amore e spionaggio ambientata nella Shanghai occupata dai giapponesi.
Se il riscatto di Ailing corrisponde al riscatto di Shanghai, rilanciata come esotica «Parigi d’oriente» dalla Cina contemporanea, la sua cifra stilistica non esita a mostrarsi legata con orgoglio ad un mondo ormai scomparso, rappresentato dalle donne indimenticabili narrate nei suo racconti. Giovani, anziane, illuminate dalla passione o deturpate dalla follia, perse nelle mollezze dell’oppio o irruvidite dalla miseria, mosse da frenetica perfidia o sospese nel limbo di un’inguaribile ingenuità, le donne di Ailing sono comunque indimenticabili.
Così il gineceo de La storia del giogo d’oro, ritratto della famiglia Jiang nell’interno di «una di quelle costruzioni moderne, all’occidentale, una delle prime, con un grande androne a volta sostenuto da grossi pilastri di mattoni rossi», a Shanghai, nei primi anni Quaranta, dove tintinnano i risciò da corsa e solo ogni tanto si ode il clacson di un’auto. Ci sono Padrone e Signorine, mogli, madri, sorelle, ciascuna un carattere. Su tutte impera, nel bene e nel male, Cao Qiqiao, splendida disgraziata scampata per un pelo al ruolo di concubina, proveniente da una famiglia di commercianti di olio di sesamo, sposata a forza al secondo Padrone Jiang, invalido il cui corpo la disgusta. Costretta a considerare la sua peggior disgrazia come la sua miglior fortuna, un vero «giogo d’oro», Qiqiao si macera nella frustrazione e sogna di sedurre uno dei tanti uomini ombra altolocati, smidollati e sedotti solo dal majong, che vivono con lei nell’asfittica casa. Figlia di genitori di rango - il padre, nipote di uno dei ministri di Cixi, la potente Imperatrice vedova intorno alla quale ruota la vita della corte dei Qing, la madre proveniente da una ricca famiglia dello Hubei - Ying (questo il nome originario di Eileen) visse un'infanzia tormentata dalle liti tra due giganti, che terminarono con un divorzio. Il padre non riuscì mai ad abbandonare il vizio dell’oppio e a separarsi dalle numerose amanti e concubine, la madre, spirito indipendente, grande viaggiatrice, studiosa di arte e lingue, non rinunciò mai al carattere libertario e all'esercizio della volontà, grazie al quale ad esempio imparerà a sciare, pur con i piedini deformati dalle tradizionali fasciature.
Ossessionata per tutta la vita dal potere dell'immagine (ne è una prova il passo, nella Storia del giogo d'oro, in cui fa trascorrere dieci anni in dieci righe, con il solo fissarsi dello sguardo su uno specchio, in un abisso sovrannaturale di luci e ombre) Eileen Chang pensava che il mondo cambiasse troppo in fretta per potervi fare affidamento: quel che dall’esterno appariva di lei come introversione e sociopatia era fedeltà alla fedeltà, consuetudine ad affrontare una realtà mutante e terribile con l’incantevole understatement dei «contrasti sfumati», oltre che con una puntualità nei dialoghi mutuata dal teatro, cui verrà definitivamente introdotta dal secondo marito, il drammaturgo Ferdinand Reyher, uno dei migliori amici di Brecht.
Per mantenersi a Hong Kong, Eileen tradusse Hemingway, Emerson e Washington Irving, ma la considerava un’atroce infedeltà: «Era come tradurre un manuale di odontoiatria», scrive. Voleva conservare coerenza a quei «contrasti sfumati» che le permettevano di opporre il vecchio al nuovo usando colori, oggetti, situazioni minimali. Voleva vincere così la desolazione del cambiamento, la fretta disumana di un mondo dove alle donne che avevano i piedi fasciati venivano finalmente sciolte le bende. Senza fornire però loro alcuno strumento per comprendere il significato di camminare senza il dolore della costrizione.