Lo zibaldone cattolico del Leopardi di Francia

Come Giacomo Maurice de Guérin visse poco e male e nella sua opera (ora riscoperta in Italia) si mescolano classicismo e romanticismo

Non manca nulla per farne un «autore di culto»: è morto a 28 anni, come una rockstar (da pochi mesi aveva sposato l’ammaliante Caroline, sorella di un ragazzo a cui faceva da precettore), a 26 elimina tutti i suoi scritti, in un rituale autopunitivo, tuttavia George Sand, a un anno dalla morte, comincia a pubblicare il genio precoce e isolato dal bordello letterario parigino.

È l’inizio di una venerazione silenziosa e provocante: intorno a Maurice de Guérin, nato il 4 agosto 1810 e morto nel ’39 si raccolgono in sontuosa setta Lamartine e François Mauriac (che nel 1966 cura un’edizione de Les plus belles pages), Matthew Arnold e Sainte-Beauve, Paul Claudel e Paul Valéry, un monarchico estremista come Charles Maurras, un partigiano populista come Jean Prévost e un genio come Rainer Maria Rilke. Alla lista degli affezionati, capeggiata dall’amico intimo Barbey d’Aurevilly, che nel romanzo Ce qui ne meurt pas lo descrive come un ragazzo «di una bellezza quasi divina», si aggiunge anche Giuseppe Ungaretti, che il 28 maggio 1914 alla Sorbona presenta uno studio sulla sua ispirazione poetica. La malattia e la morte precoce, l’autodafè e il rigoroso culto postumo. A questi criteri che santificano Maurice se ne aggiunge un altro: è pressoché sconosciuto in Italia, resta lettura esoterica, da setta dei poeti estinti. Finalmente una scoperta - e uno scrittore da tenere gelosamente per sé.

È grazie ad Adriano Marchetti, francesista di platino all’Università di Bologna, che conosciamo Maurice de Guérin, attraverso i monologhi lirici Il centauro e La baccante e soprattutto le meravigliose Pagine senza titolo, scritte sulla morte di Marie de la Morvonnais (i testi sono raccolti da Marietti 1820, pagg. 130, euro 15). Se i testi più spudoratamente poetici, di un classicismo icastico come le statue di Canova, struggentemente astratto, fanno un effetto un po’ stagnante, lo scritto sulla morte è di una potenza lucida, eretta: «Il mio dolore latente vivrà ovunque con me. Voi non appartenete più alla natura, avete disertato il punto dello spazio che occupavate visibilmente ma, diventando puro spirito, avete saturato tutto. Non ritroverò io il profumo del vostro ricordo nascosto tra l’erbe, nonché le vibrazioni della vostra dolce voce che ancora si propaga e agita le antere di qualche fiore ignorato o la lanugine d’una foglia selvaggia?».

Dallo scritto si capiscono un paio di cose: la prima è il cattolicesimo «maledetto» di Maurice. Addestrato alla vita ecclesiastica, diserta in favore della letteratura (nel 1827 comunica al padre che non si farà prete), e il fermento religioso ricompare sotto la cattiva stella di Lamennais, il maestro spirituale condannato ufficialmente da Roma il 15 agosto 1832 con l’enciclica Mirari Vos. La seconda cosa è più profondamente letteraria: Maurice eccelle nella scrittura «confessionale», sulla scia dei giganti Montaigne e Pascal. Il suo capolavoro è in effetti lo zibaldone Quaderno verde, scritto tra il 1832 e il 1835, scampato alla distruzione dei manoscritti, consegnato all’amico Paul Quemper (in Italia è stato tradotto e commentato da Adriano Marchetti per Marietti, nel 2007). Ne viene fuori un ritratto di Maurice disincantato e terso («Ho consumato dieci anni nei collegi, e ne sono uscito portandomi via, con poche briciole di latino e greco, un quantità enorme di noia»; «Sempre di peso, sempre costretto a prendere a prestito la mia esistenza. Le labbra del bambino appena nato hanno energia a sufficienza per succhiare la mammella, ed io, nel cuore della mia gioventù, non ho vigore a sufficienza per guadagnare la mia esistenza, per suggere un po’ di vita»), con contrappunti sapienziali, e pagine poetiche che anticipano Rimbaud, Borges e Blade Runner: «Ho viaggiato. Non so quale movimento del mio destino mi ha portato sulle rive di un fiume fino al mare. Lungo questo fiume ho visto pianure in cui la natura è potente e gaia, regali e antiche dimore segnate da ricordi che riposano nella triste leggenda dell’umanità, città numerose e alla fine l’Oceano ringhiante».

L'allievo più sapiente di Maurice sembra essere il Saint-Exupéry del poema incompiuto e infinito Cittadella; l’esperimento ardito va fatto comparando l’opera di Maurice a quella di Giacomo Leopardi: entrambi a cavallo tra clangore classicista e impeto romantico, entrambi prodigi fanciulli (con lo stesso talento per le lingue antiche), pressoché coetanei. Il confronto non va fatto sull’opera squisitamente poetica (Giacomo è un titano) ma su quella sotterranea, il Cahier di Maurice sfida lo Zibaldone di Giacomo.