Lo zoo di Buffon non chiude mai

Essere l’anello di congiunzione fra qualcosa e qualcos’altro, per un naturalista, è un onore. Di più: la realizzazione di un sogno scientifico. Accadde a Georges-Louis Leclerc Buffon (1707-1788), il quale tuttavia non ne potè andar fiero. Perché se della secolare tradizione radicata nel «Phisiologus» (scritto fra II e III secolo dopo Cristo) e fiorita in decine e decine di bestiari medievali, l’intendente del Jardin des Plantes era ben consapevole, non poteva invece esserlo dell’opera dell’uomo che, un secolo dopo di lui, rivoluzionò lo studio degli esseri viventi: Charles Darwin.
La monumentale «Histoire naturelle» del francese, composta da trentasei volumi «spalmati» su oltre mezzo secolo, sono comunque una piacevole avventura intellettuale anche per chi la voglia affrontare oggi, magari prescindendo dall’ormai stucchevole diatriba evoluzionismo-antievoluzionismo. Perché Buffon potrà anche fare tenerezza, con le sue lacune di fatto (descrisse l’elefante senza averne mai visto uno...) e di principio (odiava il microscopio...), ma ci conquista, più che come zoologo o botanico di professione, come antropologo, sociologo ed etologo dilettante. Possiamo apprezzarlo in questa veste leggendo il volume «Ritratti animali» (Medusa, pagg. 142, euro 13,50, trad. Riccardo Campi, con una gustosa introduzione di Giorgio Celli). Il libro è una silloge del «bestiario» buffoniano e presenta il «ritratto» di tre animali domestici (cavallo, cane e gatto) e di undici selvatici. E li presenta soprattutto alla luce dei loro rapporti con l’uomo, che è sì, in quanto pensante, «il padrone degli esseri che non pensano», ma che ha dovuto civilizzare se stesso, prima di appropriarsi dei loro servigi, poiché «il dominio sugli animali, come ogni altro, si è instaurato solo in seguito alla creazione della società».
L’impostazione antropocentrica alla quale Buffon è fedele, come Alberto Magno e altri suoi omologhi medievali e rinascimentali, non gli impedisce (al contrario) di proiettarsi verso il futuro: «Più la specie umana si moltiplica, si perfeziona, più essi \ sentono il peso di un dominio terribile quanto assoluto, che \ li priva di ogni mezzo di libertà, di ogni idea di società, e distrugge perfino il germe della loro intelligenza».