Zweig, il nostalgico rivoluzionario

Era una festosa giornata di carnevale quella del 23 febbraio 1942, quando in una casa di Petropolis, la «città imperiale del Brasile», furono rinvenuti i corpi di Stefan Zweig e della sua seconda moglie, Lotte Altmann. Lo scrittore austriaco e la compagna si erano avvelenati la sera precedente e avevano probabilmente atteso la morte abbracciati nel letto, lui vestito di tutto punto come se dovesse uscire o andare a una festa e lei in vestaglia da camera. Così li avrebbero trovati i poliziotti. La stanza era pulita, ordinata meticolosamente. Sullo scrittoio c’era un foglio di carta, datato 22 febbraio. Zweig vi aveva scritto che, «prima di abbandonare la vita», desiderava ringraziare il «meraviglioso» Brasile che lo aveva accolto e gli aveva dato il gusto di ricostruirsi una nuova esistenza dopo la fine del suo «mondo» e mentre l’Europa, sua «patria spirituale», stava autodistruggendosi. Erano parole inequivocabili.
Zweig, allora uno degli intellettuali più famosi nel mondo, era giunto in Brasile, sessantenne (era nato il 28 ottobre 1881), pochi mesi prima, e lì aveva scritto un ultimo racconto, La novella degli scacchi, romanzo breve simbolicamente allusivo al dramma che stava travolgendo la società europea. Il suicidio fece scalpore. Circolarono voci sul fatto che, in realtà, Zweig sarebbe stato assassinato, forse dai servizi segreti del nazismo, che ne aveva fatto bruciare in piazza le opere e che lo considerava «l’intellettuale ebreo più pericoloso». A suffragarle c’erano alcuni elementi, che potevano dare adito a letture complottiste. Nei giorni precedenti il suicidio, per esempio, Zweig aveva ricevuto lettere anonime di minaccia. Poi, non era stata fatta nessuna autopsia dei cadaveri per esplicita richiesta delle autorità governative. Ancora, era stato diffuso l’ultimo foglio dello scrittore mutilo di una frase nella quale egli esplicitava la fede antinazista auspicando che tutti potessero vedere una nuova «alba dopo questa lunga notte». Infine, erano state pubblicate le foto dei corpi dei coniugi, all’apparenza manipolate. Dubbi e congetture, spesso fondati su labili indizi e coincidenze, che hanno fatto galoppare la fantasia soprattutto al di là dell’oceano. Il punto su tutto ciò è fatto in un bel libro, attento ed equilibrato, di Dominique Frischer, Stefan Zweig. Autopsie d’un suicide (Écriture, pagg. 338, euro 21), che analizza letteratura e testimonianze sul tema.
La verità è che, probabilmente, al suicidio, come testimonianza della disperazione per la fine di un mondo di certezze e solidità, Zweig aveva pensato almeno da quando si era messo a scrivere le memorie, quel delizioso affresco della finis Austriae intitolato Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo. Ci sono frasi che, nostalgia a parte, danno il senso della drammaticità della sua esistenza, Eccone una: «Ho conosciuto il grado e la forma più alta della libertà individuale, per vederla poi al più basso livello cui sia scesa da secoli; sono stato festeggiato e perseguitato, libero e legato, ricco e povero». In un’altra pagina, poi, egli richiama il suo destino di «senzapatria» sempre alla ricerca di una «nuova libertà».
La vita di Zweig - ricostruita nella densa biografia di Serge Nemetz, Stefan Zweig. Le voyageur et ses mondes (Belfond, pagg. 600, euro 23) - si dipanò all’insegna di un’inquietudine esistenziale ritmata, per un verso, dai molti viaggi nell’amata e rimpianta Europa e, per altro verso, dal destino di esule, costretto a emigrare, dopo l’avvento dei nazisti al potere. Attraverso i contatti con le maggiori personalità della cultura del tempo, Zweig aveva interiorizzato quello «spirito europeo» che si traduceva in un cosmopolitismo «erasmiano». La struggente nostalgia per l’impero asburgico nasceva dal carattere multietnico, cosmopolita ed europeo della grande costruzione imperiale.
Scrittore versatile e popolarissimo, Zweig fu autore di saggi, biografie, racconti nei quali lo studio della psicologia dei protagonisti si sposa col gusto per una narrazione intimistica e per l’eleganza stilistica e formale. La prolificità letteraria di Zweig e il nostalgico richiamo al «mondo di ieri» hanno spinto i critici à la page a cercare di liquidarlo, sotto il profilo artistico e umano, in nome del progressismo. Così, per esempio, Claudio Magris ne ha parlato come di «un umanista in ritardo», esponente del «vago cosmopolitismo umanitaristico sorto nella civiltà asburgica». Ma è un giudizio, oltre che ingeneroso, sbagliato. E i libri di Zweig, ancora godibili, sono lì a dimostrarlo.