Il Giornale, insieme con Moneta, ha promosso il convegno “Made in Italy oltre la tradizione”, un dibattito ospitato nella cornice milanese del Palazzo dei Giureconsulti. Nel panel “L’alba del Made Italy”, il giornalista Vittorio Macioce intervista Eleonora d'Errico scrittrice, autrice de “La donna che odiava i corsetti”, che racconta le origini dell'impresa italiana. L'autrice affronta questo tema attraverso due romanzi. Il primo, "La donna che odiava i corsetti", ripercorre la vita di Rosa Genoni, la figura rivoluzionaria che pose le basi del Made in Italy. La storia inizia nel 1877 quando Rosa, a soli dieci anni, lascia la famiglia a Tirano, sulle montagne della Valtellina, per trasferirsi a Milano. Qui inizia a lavorare come apprendista nella sartoria della zia Emilia, immergendosi nel fermento di una metropoli in piena evoluzione, tra illuminazione a gas, tram a vapore, caffè storici e il teatro alla Scala. Il secondo volume, da poco arrivato in libreria, si intitola “L'isola dei fili perduti” ed è ambientato nella Venezia della Belle Époque, un racconto sospeso tra il dinamismo culturale dei salotti e la realtà produttiva delle fabbriche della Giudecca.
"Il Made in Italy nasce da qualche cosa che manca, dall’imperfezione. La bellezza è l’imperfezione che trova il suo equilibrio. Il Made in Italy nasce dalle imperfezioni e dall’imponderabile. La storia d’Italia è fatta di qualcosa di imponderabile che arriva in maniera sghemba e casuale. L’unità d’Italia nasce in modo improbabile: abbiamo un re che non parla francese, in un primo ministro che non crede nell’Italia e a un avventuriero che con 1000 uomini conquista un Regno“, ha detto Vittorio Macioce presentando il tema dell’incontro. “Noi oggi parliamo di Made in Italy e sappiamo che è un marchio riconosciuto a livello internazionale ma alla fine dell’800 non esisteva. La moda veniva copiata dalla Francia: le italiane copiavano o importavano dalla Francia. Le sarte non facevano altro che riprodurre ciò che diceva la moda francese. La cosa assurda è che la materia prima era italiana: partendo da Venezia, le perle che decoravano gli abiti delle nobildonne era veneziano; il pizzo era di Burano. Di questo si accorge una donna che arriva a Milano per fare la sguattera di bottega ma poi crea il Made in Italy: è Rosa Genoni e ha parlato della necessità di costruire il Made in Italy”, ha detto d’Errico. Poi arriva a Parigi “dove fa esperienza di lavoro e scopre che i francesi vanno a prendere ispirazione dall’arte al Louvre, dove la maggior parte delle opere sono italiane. Lei fa lo stesso e quando torna in Italia inizia a proporre i suoi abiti, anche se questo era mal visto e sconveniente. Lei si batte per proporre la moda italiana. Diceva che la moda francese non era adatta all’italianità”.
Per le donne il corsetto era impedente, “ogni due ore dovevano liberarsi del corsetto perché non potevano stare sedute e i suoi abiti sono pensati per le donne libere dal corsetto e libere in tutti i sensi”. Le “nuove donne” si scontravano con la borghesia. allora c’era la curiosità verso l’umano, perché forse “in quel momento c’era la volontà di far del bene, di permettere al popolo di emanciparsi, di sostenere l’educazione di un popolo considerato ignorante. E glielo permetto dandogli le basi, alzando il confine che in qualche modo penso che abbia”. Oggi verrebbe inteso come paternalismo “e forse in quell’epoca c’era l’idea di fare beneficenza in maniera paternalistica. Il punto è dare gli strumenti più che aiutare e in questo non vedo paternalismo”. Rosa Genoni “è vero che parte molto povera ma a Milano ha la possibilità di lavorare nel laboratorio di zia Emilia e a Milano scopre le possibilità”. Se quella che un tempo era un’opportunità oggi diventa sfruttamento, oggi abbiamo un problema: “Forse c’è un equilibrio tra sfruttamento e galetto, sfruttamento è quando a 10 anni si lavorava per pochi centesimi”. Il Made in Italy lo stiamo portando via dalle sue origini, ha spiegato Macioce, perché oggi l’anomalia è “sostituita dal protocollo, che ci sta uccidendo. Non siamo né tedeschi né americani”. Siamo a Milano, ha replicato d’Errico: “Il panettone è nato da un errore”. Rosa Genoni stessa “veniva denigrata, anche sui giornali. Nonostante tutto lei ha continuato ad andare controcorrente e alla fine la sua idea di moda è diventata quella che noi portiamo in tutto il mondo”. Quando arriva a Milano “si rende conto del modo in cui le picinine e la sarte lavoravano e quindi le sue battaglie erano per condizioni dl lavoro migliori. Lei era una socialista: aveva idee molto concrete su moda e italianità. Quando divenne giornalista si battè contro i pantaloni per le donne. In quel periodo ebbe molte relazioni con donne e uomini del tempo e si scontrava con le idee del tempo. All’Expo del 1906 partecipa con una sua vetrina: disegna, cuce e crea i suoi prodotti. Durante l’Expo il suo padiglione prende fuoco e in 40 giorni lei riesce a rimetterlo in piedi, riprende la sua vetrina con i suoi abiti, alcuni uguali e altri nuovi”. Lei morì nel 1954 e come ultima delle sue azioni “scrisse una lettera all’Onu per la situazione tra Israele e Palestina”. La Milano di quegli anni “era bellissima. Era in rivoluzione industriale, era appena stata inaugurata la galleria e i milanesi andavano al centro per assistere all’accensione delle luci: c’era il ratin, veniva acceso e con una molla accendeva le lucine. Era la Milano della Scala con le luci accese. Era la Milano del fermento culturale, industriale, una Milano estremamente affascinante. Io la vedo in qualche modo simile alla nostra.
È vero, non c’era paura, il progresso avrebbe portato bene finché non sono arrivati gli aerei che hanno portato la guerra. Dal 1877 al 1915 c’è stato un cambiamento simile: dai tram coi cavalli alla macchina”, ha proseguito d’Errico, secondo la quale ha similitudini con la nostra epoca.