DONNE 60 anni dopo quel primo voto

Oggi si discute di quote rosa, minoranze da rappresentare e lavori unisex dimenticando forse che sono passati solo 60 anni da quando il diritto al voto è stato esteso al gentil sesso. Le donne, che per la prima volta hanno votato il 2 giugno del ’46 al referendum su monarchia e repubblica, ora sono nonne e bisnonne di una nuova generazione femminile che si distingue. Donne che cambiano il sesso della professione medica, che si laureano prima e meglio dei giovani dottori, ma che troppo spesso non conoscono il percorso che ha portato all’emancipazione. Per questo il comitato per il 60° anniversario del voto alle donne lo festeggia con il progetto «Donne della Repubblica», una grande mostra a Milano fino a fine ottobre, organizzata tra le altre dalla Fondazione Dnart. «L’obiettivo è raccontare la storia con differenti cifre, ricostruzioni e testimonianze - spiega il vicepresidente del comitato Silvia Costa -, soprattutto alle nuove generazioni, quelle che devono riconquistare i propri diritti e farsi promotrici dei nuovi». Il cammino viene ripercorso all’Archivio di Stato con la mostra «La lunga marcia della cittadinanza femminile», dalla Rivoluzione francese al ’46, quando le donne italiane acquistano con il suffragio universale il diritto alla piena cittadinanza. Un lungo percorso che dalla società reale arriva all’arte. Così il museo dell’Ottocento di villa Belgiojoso diventa la cornice di un viaggio nella raffigurazione della donna nel XIX secolo attraverso le opere dei più celebri maestri lombardi e non. Non solo arte ma anche un «Cammino nell’ombra» - quello esposto all’università degli studi -, spesso scandito da umiliazioni e sofferenze, ma anche da conquiste e slanci di solidarietà. Sono donne che hanno dedicato tutta una vita alla famiglia, cercando di ricavarsi spazi di autonomia per costruirsi tappa dopo tappa il loro percorso di emancipazione nonostante le barriere imposte dalle tradizioni istituzionali e dai loro detentori.
E poi ci sono le grandi donne della letteratura, le «Armate di penna» - come manifesta il titolo della mostra alla biblioteca Braindense - che fra la fine dell’Ottocento e l’immediato secondo dopoguerra - sono riuscite a emergere con l’arma della parola. Devono passare ancora molti anni per il diritto al voto per donne come il premio Nobel Grazia Deledda, l’icona del teatro Eleonora Duse e la scrittrice Matilde Serao. Così per Ersilia Bronzini Majno, Ada Negri, Anna Kuliscioff, Alessandrina Ravizza, Maria Bellonci, Amalia Liana Negretti Odescalchi, Armida Barelli, Margherita Sarfatti, Sibilla Aleramo e Maria Montessori. «Una mostra inutile» per l’assessore Sgarbi che sottolinea l’evidente parità nella cultura e nella società. «Bisogna prendere atto che l’impresa è compiuta». Ma proprio l’inutilità della mostra «è segno della sua necessità - spiega Silvia Costa -.

Necessità di restituire onore alla memoria. Per le nuove generazioni e per nuove sfide culturali». Perché, «oltre il tempo - chiosa la curatrice Elena Fontanella - l’aspetto privato che la donna mette in ogni cosa che fa è atto unico».

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