Leggi il settimanale
Ultim'ora
++ Appello bis per Impagnatiello, "riconoscere la premeditazione" ++

Uno strumento made in Italy predice chi svilupperà Alzheimer in tre anni

Il Progetto Interceptor ha portato a risultati potenzialmente molto importanti per l’approccio, la diagnosi e l’organizzazione dei servizi per le demenze in generale e per quella di Alzheimer in particolare

Uno strumento made in Italy predice chi svilupperà Alzheimer in tre anni

Uno strumento, che si avvale di algoritmi, per predire chi, tra le persone a rischio in quanto già con un lieve declino cognitivo in atto, si ammalerà di demenza, in particolare di Alzheimer, entro tre anni. È il risultato del progetto italiano Interceptor, coordinato da Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell'Irccs San Raffaele di Roma, in stretta collaborazione con Istituto Superiore di Sanità, Policlinico Gemelli Irccs, Irccs Istituto Neurologico Besta, Irccs San Raffaele di Milano e Irccs Fatebenefratelli di Brescia. Interceptor è stato promosso e finanziato dall'Agenzia Italiana del Farmaco in collegamento con il ministero della Salute. Lo studio, pubblicato su Alzheimer's & Dementia, svela che lo strumento è molto accurato nell'individuare i soggetti destinati ad ammalarsi. Il cervello invecchia normalmente a partire dai 50/60 anni.

Il Progetto Interceptor ha portato a risultati potenzialmente molto importanti per l’approccio, la diagnosi e l’organizzazione dei servizi per le demenze in generale e per quella di Alzheimer in particolare, come emerge dall’articolo appena pubblicato su una delle riviste scientifiche di settore. Un progetto nato, sviluppato ed attuato in Italia da centinaia di ricercatori distribuiti sul territorio nazionale, nell’arco di tempo compreso tra il 2016 ed il 2025.

Come qualsiasi organo del nostro corpo anche il cervello invecchia perdendo - a partire dai 50/60 anni - alcune capacità in particolare di tipo cognitivo. Tra il normale (fisiologico) invecchiamento cerebrale ed un invecchiamento patologico che invece provoca un quadro di demenza conclamata, esiste un’ampia “zona grigia” definita dagli anglosassoni Mild Cognitive Impairment (MCI, decadimento cognitivo lieve). Gli MCI nel nostro Paese –secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità- sono oggi quasi 1 milione da cui ogni anno originano circa 100.000 nuovi casi di demenza. Ricevere una diagnosi di MCI comporta, dunque, un aumento del rischio di sviluppare demenza. Infatti, gli studi epidemiologici mostrano che, se seguiti nel tempo, fino al 50% delle persone con MCI progredisce verso la demenza (circa il 30% nei primi 3–5 anni, mentre la restante quota converte negli anni successivi). L’altra metà - per quanto noto dalla letteratura scientifica - può sviluppare una forma tardiva di lieve demenza o rimane stabile mantenendo una piena autonomia anche sul piano professionale e sociale. Si pone quindi una questione di fondamentale importanza (non solo per le persone con MCI, ma anche per il SSN ed i programmatori sanitari): come identificare, all’interno dell’ampia popolazione degli MCI stimata in oltre 950.000, il rischio individuale di sviluppare demenza, in particolare nel breve termine (2–3 anni), al fine di attuare contromisure mirate -sia terapeutiche sia legate allo stile di vita- volte a ridurre i fattori di rischio modificabili? Sino ad oggi, uno strumento validato di questo tipo, nonostante la sua evidente rilevanza globale, non c’era.

L’articolo “Mild Cognitive Impairment–to–Alzheimer Dementia Progression Risk: the contribution of the Interceptor project”, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Alzheimer's & Dementia: The Journal of the Alzheimer's Association (tra le principali riviste internazionali nel campo della ricerca clinica e di base sulle demenze), descrive la messa a punto di uno strumento innovativo per stimare il rischio di progressione da MCI a demenza, con particolare riferimento alla malattia di Alzheimer, entro un orizzonte temporale di tre anni.

Lo studio nasce dai risultati del progetto nazionale INTERCEPTOR che è stato coordinato dal Professor Paolo Maria Rossini, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele Roma (già Direttore della Neurologia presso il Policlinico Gemelli al lancio del progetto nel 2018), in stretta collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità (Prof. Vanacore), il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS (Prof. Marra), l’IRCCS Istituto Neurologico Besta (Prof. Tagliavini), l’IRCCS San Raffaele di Milano (Prof.ssa Perani) e l’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia (Prof. Cappa, Direttore Scientifico al momento dell’avvio dello studio nel 2018, Dott.ssas Cotelli e dr. Redolfi) ed il San Raffaele di Roma (Prof. Vecchio). La prospettiva di pazienti e caregiver è stata garantita dal coinvolgimento dell’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer (AIMA), rappresentata dal suo Presidente (Dott.ssa Spadin). INTERCEPTOR rappresenta un’iniziativa di carattere istituzionale nata da un bando di ricerca indipendente promosso e finanziato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) in collegamento con il Ministero della Salute. Il bando, sulla base di un progetto elaborato nel 2017 da un panel di esperti, è stato pubblicato nel marzo 2018, ha preso avvio nel luglio dello stesso anno e si è concluso nel dicembre 2023, nonostante le gravi difficoltà causate dalla pandemia di COVID.

Nell’ambito del progetto sono stati arruolati oltre 350 soggetti con diagnosi clinica di MCI, seguiti longitudinalmente per circa 36 mesi presso 19 Centri distribuiti in tutta Italia. Sono state adottate procedure armonizzate per le valutazioni cliniche, neuropsicologiche e strumentali. Durante il follow-up, il 29,6% dei partecipanti ha sviluppato una qualche forma di demenza e il 22,4% ha soddisfatto i criteri clinici fondamentali per la diagnosi di demenza di Alzheimer, con un picco di progressione osservato nel secondo anno di follow-up.

Sulla base dei dati raccolti, i ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità hanno sviluppato un modello predittivo inizialmente costruito su variabili sociodemografiche e cliniche (età, sesso, familiarità per demenza e livello di autonomia funzionale) e successivamente potenziato integrando test neuropsicologici e biomarcatori biologici e strumentali. Tra questi, le misure del liquido cerebrospinale relative alla patologia Alzheimer-correlata — in particolare il rapporto tra beta-amiloide e proteina tau — la volumetria dell’ippocampo mediante risonanza magnetica, le caratteristiche di flusso di sangue e di consumo energetico tramite PET-FDG, gli indici di connettività cerebrale derivati dall’elettroencefalografia e fattori genetici quali il genotipo ApoE.

Il modello basato esclusivamente sui dati clinici ha raggiunto un’accuratezza predittiva di circa il 72%, che è salita a oltre l’82% con l’inclusione di biomarcatori selezionati, dimostrando che l’integrazione multimodale delle informazioni migliora significativamente la stima del rischio individuale. L’esito finale dello studio è lo sviluppo di un nomogramma predittivo che consente la stima personalizzata della probabilità di progressione a demenza entro tre anni e la classificazione delle persone con MCI in categorie di rischio basso, intermedio o alto. Questo strumento è stato progettato per essere utilizzato non solo in ambito di ricerca, ma anche e soprattutto nella pratica clinica routinaria e nei contesti di sanità pubblica. Lo studio dimostra inoltre che i singoli biomarcatori, se considerati isolatamente, hanno un valore predittivo limitato nel breve termine, mentre la loro combinazione con le informazioni cliniche fornisce una valutazione del rischio più accurata e clinicamente significativa.

Il progetto INTERCEPTOR si configura come un’iniziativa di sanità pubblica condotta in condizioni di pratica clinica reale, con un disegno orientato alla trasferibilità e alla sostenibilità all’interno di qualsiasi Servizio Sanitario Nazionale. Con l’impiego di questo strumento, quindi, la stratificazione personalizzata del rischio di progressione verso la demenza nelle persone con MCI è oggi una realtà, rappresentando un passo cruciale verso una gestione più mirata, efficiente ed equa delle malattie neurodegenerative. Tale strumento potrebbe anche rivestire un ruolo significativo (ma non esclusivo) nella messa a punto di percorsi di selezione di Candidati ai nuovi trattamenti in corso di valutazione presente e futura da parte di AIFA anche al fine di evitare sperequazioni tra soggetti in grado di pagare direttamente questi costosi farmaci rispetto alla grande massa che non è in grado di affrontare tali costi e spera in una qualche forma di rimborsabilità da parte del SSN.

L’enorme mole di dati raccolti

da Interceptor è e rimane una miniera di inestimabile valore a disposizione di ricercatori nazionali ed internazionali nella lotta senza quartiere che la ricerca scientifica porta avanti contro questa devastante malattia.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica