Senza voti e senza parole. Le rivelazioni del Giornale sulle possibili trame di Giuseppe Conte e del suo mentore Guido Alpa contro Beppe Grillo, iniziate appena l'ex premier ha perso Palazzo Chigi nel 2021, lasciano un grande spaesamento in ciò che resta del Movimento, uscito con le ossa rotte dalle Amministrative. Nessuno vuol parlare con il Giornale, i pochi che si concedono lo fanno a microfoni spenti perché «Conte ha detto tutto quello che andava detto».
Sono in pochi a credere che l'ex premier avesse in mente di far fuori Grillo sin dall'inizio, come farebbero intendere le conversazioni tra Alpa e Luca di Donna, il legale che si sarebbe offerto come mediatore con il commissario all'Emergenza millantando, secondo l'ex premier, presunte entrature con Palazzo Chigi che oggi Conte ritiene millanterie. Quando lo strappo nel Movimento si era definitivamente consumato, Grillo aveva paragonato le scelte dell'assemblea costituente di rivedere il ruolo del garante-fondatore cucito addosso al comico «una farsa per farmi fuori». Eppure, sin da subito le diplomazie si erano mosse per avvicinare le posizioni dei due, con diversi bilaterali allargati anche a Bibbona con i sette saggi Luigi Di Maio, Roberto Fico, Stefano Patuanelli, Vito Crimi, Tiziana Beghin, Davide Crippa e Ettore Licheri a smussare le asperità sull'intesa. A Grillo non è mai andato giù il famoso «Patto della birra» con Avs e Elly Schlein, il carrierismo di alcuni e la sete di potere di altri né la deriva giustizialista presa dal partito con il referendum, visto che l'abbraccio con il partito delle toghe è sembrato una sconfessione del comico per le vicende del figlio Ciro, condannato nel settembre 2025 per stupro.
Oggi la truppa di fedelissimi delle prime ore si muove in ordine sparso, dentro e fuori dal Parlamento. Ma è tutto il mondo politico guarda con interesse alla querelle sul simbolo, di cui si discuterà a partire da luglio al tribunale di Roma. Perché un'eventuale vittoria del fondatore - i presupposti giuridici ci sarebbero - cambierebbe non solo il destino dell'ex premier ma anche il collocamento a sinistra del Movimento, che già qualche malumore dentro il Pd ha creato. Conte ce l'ha messa tutta a far passare Grillo come un «sabotatore» di M5s, tagliando il suo compenso da 300mila euro e licenziandolo dalle pagine del libro di Bruno Vespa dal titolo evocatico Hitler e Mussolini - L'idillio fatale per un dissidio «irreversibile» a suo dire insanabile.
Anche Davide Casaleggio rivendica la proprietà del simbolo M5s, legato all'Associazione fondata da lui e dall'allora «capo politico» del Movimento Luigi Di Maio a Roma nel 2018. Ci sono due sentenze che le rispettive fazioni agitano come decisive: una del tribunale di Napoli che potrebbe dare ragione a Conte, secondo cui il simbolo è della base, come fosse di proprietà diffusa.
L'altra è la sentenza del tribunale di Genova, confermata dalla Corte d'Appello il 10 novembre 2021, secondo cui il simbolo apparterrebbe a Grillo in forza di quanto prevedeva l'originario Statuto del M5S del 2009, come spiega al Giornale l'avvocato Lorenzo Borrè: «Tutte le associazioni M5s - quella originaria del 2009 con il suo Non Statuto, quella del 2012 e quella del 2017 costituita da Di Maio - sono vincolate da quella pronuncia secondo cui Grillo è l'unico titolare dei diritti di utilizzo del nome e del simbolo.
La primazia dell'ex garante si ricava anche dalla lettura del contratto di manleva con cui a fronte della non contestazione dell'utilizzo da parte di Grillo il M5S si obbligava a manlevare quest'ultimo da eventuali richieste di risarcimento danni legate all'attività del partito.
Posto che sono tutti vincolati da questo giudicato - è il ragionamento del legale, che ottenne la sospensione giudiziaria della prima nomina di Conte - il Tribunale oggi dovrebbe confermare quello che ha statuito 5 anni fa la Corte genovese».