Dieci giorni fa scrivevo sul Giornale che il problema non è l’intelligenza artificiale capace di vincere i premi letterari, è che molta narrativa contemporanea media (quella che Dwight Mcdonald classificò come Masscult e Midcult) è già scritta come la scriverebbe un’AI, e semplicemente perché il corpus di testi su cui viene addestrata è romanzeria media, vale a dire la maggior parte di ciò che chiamiamo “narrativa” con pretese culturali. L’AI non può creare la Recherche di Proust, o un romanzo di Wallace o di Bernhard o di Faulkner o Gombrowicz, perché i grandi non fanno statistica e sono anche statisticamente non riproducibili e tra l’altro non vengono premiati proprio per questo, altrimenti che grandi sarebbero. Citai tre esempi: Arbasino, Gadda, Manganelli. Mai vinto un Premio Strega. Thomas Bernhard la disse senza giri di parole, come da suo stile: “Ricevere un premio è come farsi cagare in testa”. In ogni caso il bello, o meglio la prova, è arrivata prima di quanto pensassi (non in Italia, i giurati dei premi sono zombi che neppure leggono). Granta, la prestigiosa rivista britannica, ha deciso di interrompere la collaborazione con il Commonwealth Short Story Prize dopo le polemiche su un racconto premiato, sospettato di essere stato scritto (almeno in parte) con l’intelligenza artificiale. E quindi? E quindi ne viene fuori un bordello tragicomico, uno gnommero gaddiano indistricabile. Appena il racconto, The Serpent in the grove, del caraibico Jamir Nazir (io credevo che di interessante ai Caraibi ci fosse solo lo scatenato Emalloru con barca a vela, telecamere e macchina da scrivere), viene pubblicato, lettori, scrittori, esperti di intelligenza artificiale, esperti di sensazioni sulla letteratura che non c’è, forse pure cartomanti, cominciano a segnalarne i presunti tic da chatbot (forse li usano per leggere i testi, cosa che prima fingevano). «Ci sono metafore sovraccariche e spesso incongrue, è AI!». «Avete notato oggetti disposti regolarmente in gruppi di tre? Tipico dell’AI». «E le costruzioni continue del tipo “non questo, ma quello”?», «E le frasi liriche che sembrano significative senza significare un cazzo?» (praticamente tutta la narrativa media premiata o meno, anche prima dell’AI). Il nostro Nazir nega tutto e spiega che ha problemi cronici di salute, non può stare seduto al computer (difesa deboluccia, neppure Philip Roth poteva stare seduto a lungo, infatti scriveva in piedi, e Stephen Hawking ha scritto tutti i suoi saggi e teorie potendo muovere solo gli occhi), scrive con il suo telefono Android usando la dettatura vocale (anche qui regge poco, Dostoevskij ha scritto quasi tutti i romanzi dettandoli). Al che Sigrid Rausing, editore di Granta, che fa? Prende il racconto e lo sottopone a un’intelligenza artificiale, nello specifico Claude, per chiederle se è artificiale o meno. Claude diplomaticamente risponde «quasi certamente non prodotto senza l’aiuto di un essere umano» (ma dai). Alla fine il racconto resta online e Granta, offesissima, ritira le future collaborazioni con il Commonwealth Short Story Prize.
Comunque sapete che ho fatto? Incuriosito sono andato a leggermi questo racconto, effettivamente pieno di frasi tipo «il sole sulla lamiera è uno strumento crudele», «una risata può tagliare il silenzio, non guarirlo», «una storia è un pozzo», eccetera (a Gilda Policastro verrebbe un infarto). Il titolo? The Serpent in the grove, tradotto Il serpente nel boschetto. Ma dai! Mistero svelato! Quale AI o non AI, è solo Mauro Corona sotto mentite spoglie caraibiche, signore mie.