Bruciati vivi. Erano cinque i braccianti, quattro pakistani, intrappolati nel minivan dato alle fiamme da due connazionali fermati a Villapiana, Amendolara. Solo uno del gruppo, Taj Mohammad Alamyar, afghano, riesce a mettersi in salvo forzando una portiera e a fuggire prima che il rogo divori anche lui. "Ci minacciavano con coltelli e pistole per farci lavorare senza paga. Non ci davano soldi. Da mangiare sì, la casa sì, ma i soldi no" mette a verbale l'afghano superstite davanti agli uomini della squadra mobile di Cosenza.
Gli arrestati, due "caporali" della zona, sono accusati di omicidio volontario plurimo e pluriaggravato. Un'esecuzione ripresa istante per istante dalla telecamera di videosorveglianza del distributore Ip lungo il vecchio tracciato della statale 106 ionica. L'unico sopravvissuto alla strage racconta di essere arrivato a bordo del mezzo furgonato assieme ai suoi compagni. Ad attenderli i killer che, dopo un'accesa discussione con i cinque, bloccano le portiere e dal portellone posteriore cospargono l'abitacolo di benzina. Poi la fuga mentre l'auto, dopo una fiammata, viene ridotta in cenere. Con essa quattro dei suoi occupanti che, disperatamente, cercano di scappare. Alamyar è il solo a riuscirci nonostante le fiamme. L'uomo viene soccorso da un automobilista e trasportato in ospedale per le gravi ustioni subìte. I fermati, interrogati in questura, non avrebbero spiegato le ragioni del massacro. La discussione sarebbe nata, secondo quanto raccontato dal supertestimone, per una questione di soldi. Denaro che i caporali pretendevano dai cinque per il trasporto nei campi di lavoro (il testimone parla di "mafia pakistana"). Di contro i braccianti avrebbero chiesto ai loro carnefici un regolare contratto di lavoro con stipendi adeguati in cambio della "tassa" di trasporto. In realtà una "stecca" vera e propria che troppo spesso i caporali, di varie nazionalità, pretendono dagli extracomunitari per farli lavorare nelle aziende della Sibaritide, tra i monti del Pollino e della Sila. I cinque, però, non ce la fanno più. In patria hanno famiglie che attendono i soldi per campare. Ma il denaro guadagnato finisce nelle tasche dei loro aguzzini. Lunedì dicono basta, chiedono un regolare contratto di lavoro altrimenti nei campi non ci vanno più. I due pakistani, armi in pugno, li minacciano ma i cinque non mollano. La tanica è pronta. L'azione, evidentemente, è già programmata. Nel video il momento, a dir poco drammatico, in cui gli assassini bloccano con le braccia gli sportelli dell'auto, aprono il bagagliaio e lo cospargono di benzina. Mentre fuggono a bordo di un'altra auto, s'intravede l'ombra di un uomo che riesce a uscire dal van. È Almayar che fugge dal rogo infernale. Una storia drammatica. Le vittime, come altre migliaia di braccianti sparsi nelle campagne, sono "schiavi" costretti a lavorare anche 14 ore al giorno, a vivere in pochi metri quadrati e, soprattutto, senza paga. I pakistani, identificati grazie alla testimonianza di Alamyar e degli altri lavoratori, hanno tentato di ribellarsi e per questo sono stati uccisi.
Un movente chiaro per una morte atroce anche se solo l'autopsia potrà chiarire se i decessi siano avvenuti per asfissia da fumo prima che le fiamme li divorassero completamente. La Procura di Castrovillari sottolinea la "perfetta sinergia informatica fra polizia e carabinieri" nell'arrivare ai due presunti assassini.