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Cronaca nera

“Vi racconto oltre i femminicidi. Quella verità impossibile su via Poma”

Il giornalista Bruno De Stefano approfondisce con ilGiornale i casi che nel tempo hanno interessato le donne in Italia

Mistero Pietro Vanacore in una foto d'archivio del 23 aprile 1997. L'ex portiere dello stabile di via Poma, inizialmente sospettato dell'omicidio, si suicidò nel marzo del 2010

Il femminicidio non è un dato statistico da aggiornare. “È un fenomeno vasto e complesso che va compreso”. A dirlo a IlGiornale è il giornalista Bruno De Stefano, che ha scritto per Newton Compton il volume “I femminicidi che hanno sconvolto l’Italia”. Da Chiara Poggi a Yara Gambirasio, passando per Elisa Claps e Saman Abbas, il volume contiene oltre cento storie, alcune più note, altre meno, ma non per questo meno importanti.

De Stefano, ha deciso di scrivere un libro a 360 gradi, tenendo all’interno i casi che riguardano anche le mafie o i femminicidi legati a una patologia della donna. Quanto è importante informare sui fenomeni collaterali delle violenze di genere?

“Il mio è un libro sui femminicidi nel senso più esteso del termine. Erroneamente si ritiene che tutto accada solo nel perimetro dei rapporti di coppia, quando invece viviamo in una società che è aggressiva nei confronti della donna, un po’ dovunque. Per capire il fenomeno bisogna allargare lo zoom. Per alcuni neppure l’omicidio di Melania Rea sarebbe un femminicidio, perché non preceduto da altre violenze e perché il marito l’ha uccisa perché si era creato un’altra famiglia. Nei femminicidi i motivi del killer sono molteplici. Non basta la retorica a buon mercato sui rapporti tra uomo e donna dentro la coppia”.

A parte il genere delle vittime, cosa accomuna questi casi, alcuni famosi altri meno, per esempio alcuni tipi di depistaggio?

“Anche se ci sono dei tratti in comune, noi siamo di fronte a storie che sono uniche nel loro genere. Perché le modalità, il luogo geografico, il livello culturale dei soggetti coinvolti, il movente, cambia sempre qualcosa. Per cui io faccio fatica a pensare che si possa ritenere tutto riconducibile a un elemento. Tra l’altro, per questo ho da ridire sul concetto di patriarcato. Non perché non esista o non ci siano casi in cui il patriarcato è sullo sfondo di un delitto. Però si rischia di non guardare a tutto il resto. Perché se un femminicidio avviene a Monza, nella ricca Brianza, e poi ne avviene un in Umbria e un altro anche nella Calabria più remota, l’unica cosa in comune è la vittima. Il resto cambia tutto. L’ultima scena è uguale. C’è un uomo che uccide una donna. Ma se riavvolgiamo il nastro e torniamo indietro, noi scopriamo che le modalità sono differenti. Perché è diversa la reazione della donna. Perché ci sono casi in cui la donna resta in silenzio. In altri casi ha denunciato. In altri casi stava per denunciare. In altri casi era annichilita da quello che faceva il marito, il fidanzato o in generale l’assassino. È un po’ difficile ricondurre tutto, o in molti casi, a una sola matrice. Da questo punto di vista ho dei dubbi”.

Il libro è uscito nel 2023. Ci sono diverse storie che stanno andando avanti nelle indagini o in generale presentano elementi di novità: Romina Del Gaudio, Chiara Poggi, Luigia Borrelli per esempio. Cosa ne pensa della riapertura dei cold case?

“Anche Simonetta Cesaroni, una vicenda con una storia antichissima. Secondo me, dopo un tot di anni: come si fa a sapere qual è la verità? Non tutte le sentenze vanno discusse, ma a parte il chiacchiericcio, in molti casi sono pieno di dubbi. Basti pensare a quello che è accaduto a Garlasco: onestamente io sospendo il giudizio. Non sono innocentista né colpevolista, ma mi pare una vicenda talmente intricata che, qualunque sia la verità un giorno, io resterò col dubbio, con le indagini che riportano un ritardo tanto clamoroso. Così come quando è stato condannato il fidanzato di Simonetta Cesaroni, mi sono detto: si può condannare qualcuno sulla base di indizi così labili? Anche per Alberto Stasi: secondo me gli indizi non erano solo labili, ma palesemente contraddittori. Arrivo a dire un’altra cosa: secondo me, i soli processi che finiscono con una sentenza certa sono quelli in cui il colpevole confessa”.

C’è una storia particolarmente paradigmatica, quella di Clara Ceccarelli. Ce ne vuole parlare?

“Con Clara Ceccarelli apriamo un altro fronte: quello dei delitti annunciati. In diversi casi c’è gente che è andata incontro alla morte quasi consapevolmente, perché i segnali erano abbastanza evidenti. Clara Ceccarelli si era resa conto che la situazione poteva solo degenerare. Ha fatto una cosa di una lucidità impressionante e commovente allo stesso tempo. È andata dall’agenzia di pompe funebri e si è pagata in anticipo il funerale anche perché aveva un figlio disabile per cui non avrebbe potuto provvedere. La lucidità di questa donna, che evidentemente era l’unica ad aver percepito il pericolo, ci dice un po’ in alcuni casi cosa può succedere. Ci sono omicidi le cui trombe squillano da lontano, come in un film dell’orrore. Ci sono delle storie che secondo me partono già con un finale che tu puoi intuire da lontano. Anche denunciare vale fino a un certo punto perché se tu denunci in un contesto in cui la giustizia funziona, le forze dell’ordine sono preparate e allora te la puoi cavare. Ma ci sono casi in cui la denuncia ti rende ancora più sola”

Giulia Tramontano, Janira D’Amato, Monica Calò, Elizabeth Lansmann ed Eleonora Salomi, Alice Scagni. Alcuni di questi casi presentano delle peculiarità uniche. Qual è il dettaglio che l’ha colpita di più e per quale caso contenuto nel libro?

“C’è una storia che crea sempre trambusto alle presentazioni, ovvero il femminicidio di Maria Anastasi. In quel caso le figlie di questa donna, minorenni, andarono a denunciare dai carabinieri, non dal punto di vista formale perché non potevano a causa della minore età: le due ragazze raccontarono cose indicibili. La madre era incinta di quasi nove mesi quando fu uccisa. Chiamata dai carabinieri, smentì le vessazioni di cui avevano parlato le figlie. Fu uccisa a picconate e poi data alle fiamme, ma poteva essere salvata. È una storia che dà l’idea del dolore”.

In molte delle storie dal passato premette: “In assenza di leggi più stringenti…”. Cosa è cambiato in questi anni?

“È cambiata la sensibilità complessiva di tutti noi, quindi c’è un fatto positivo. I giudici sono più attenti, così come le forze dell’ordine. Però c’è molto da fare in termini di prevenzione, per affrontare in particolare le emergenze. Anche se dire che uccidere una donna sia diverso che uccidere un uomo lo ritengo un passo indietro, una manovra populista. Non bisogna solo condannare gli assassini, bisogna evitare che le persone vengano uccise”.

"Come funziona l'algoritmo che può prevenire i femminicidi"

Cosa si può fare contro la vittimizzazione secondaria e la vittimizzazione terziaria?

“Qui si tocca un nervo scoperto. Credo sia importante che anche le donne facciano la loro parte: non si deve andare all’ultimo appuntamento, non si deve accettare, non si deve arrivare neppure al primo schiaffo. Comprendo però che sia molto difficile sganciarsi, spesso mancano le condizioni per farlo. Ma in alcuni casi avvengono tragedie annunciate. Non per diluire la responsabilità degli uomini o degli assassini, ma se nostra sorella o nostra cugina viene picchiata dal fidanzato, è fondamentale aiutarla a fare le valigie”.

Alcune delle vittime la valigia l’avevano fatta.

“Sì, è accaduto anche questo, che ci siano stati dei provvedimenti che si sono rivelati assolutamente incongrui alla pericolosità, ma qui il discorso ha a che fare con come funziona la legge. Parliamo sempre di fenomeni complessi, che non possono essere liquidati con facili letture. Se andiamo a vedere anche caso per caso, ci rendiamo conto che siamo di fronte a un fenomeno vastissimo. Non servono soluzioni drastiche per dare una pacca sulla spalla all’opinione pubblica, e il patriarcato non c’entra in tutte le storie di femminicidio. Manca la volontà di affrontare tutto con un approccio laico. Si deve comprendere, non giudicare”.

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