Il Venezuela è un Paese in ginocchio, ferito al cuore da un terremoto violentissimo, il più forte degli ultimi 126 anni, che ha colpito Caracas e La Guaira, nel Nord del Paese, sulla costa caraibica, dove potrebbe aver provocato un'ecatombe. Le fonti non governative parlano di quasi 40mila desaparecidos e i centri abitati sembrano zone di guerra: edifici crollati, ridotti in polvere o sventrati. Si spengono incendi causati da fughe di gas, ma la gente è per strada a piangere, sotto shock, in cerca dei propri cari tra le macerie. "Tutto ci stava cadendo addosso. Sembrava un film horror durato due minuti", ha raccontato una donna di Chacao, il quartiere un tempo simbolo dell'opposizione con la sua Piazza Altamira.
La presidente ad interim Delcy Rodríguez, quasi in lacrime in televisione, ieri si è recata nello Stato di La Guaira, visitando le zone più disastrate dopo aver dichiarato lo stato di emergenza e invitato all'unità nazionale. Mentre chiudiamo il giornale, il bilancio ufficiale è di 188 morti e circa 1.520 feriti, con 138 repliche registrate, secondo Jorge Rodríguez, presidente del Parlamento e fratello di Delcy. Numeri purtroppo molto provvisori, visto che si teme che le due scosse (7,2 e 7,5 a pochi secondi l'una dall'altra) abbiano causato una strage. Il Servizio Geologico degli Stati Uniti stima da 10mila a 100mila possibili vittime, poiché il doppio evento a bassa profondità ha amplificato la distruzione. A renderlo così letale hanno contribuito anche il mancato rispetto delle norme antisismiche, la manutenzione risibile dopo 25 anni di regime e la corruzione, che ha reso le strutture vulnerabili quasi quanto quelle di Haiti.
Con occhi insonni dopo una notte passata in strada, i volti coperti di polvere e ancora sotto choc, molte persone vagano come zombie per le strade di Catia La Mar in cerca di aiuto: un luogo che fu simbolo del turismo venezuelano, a pochi chilometri da Caracas, ma oggi ridotto a un cumulo di macerie. Nelle sue vie non è rimasto quasi nulla: almeno 40 edifici sono crollati e altrettanti sono pericolanti. E mentre cresce l'indignazione per la mancanza di soccorsi, il Comando Sud degli Stati Uniti (Southcom) ha annunciato operazioni di soccorso, mobilitando le capacità uniche di airlift, logistica e salvataggio delle forze armate americane per salvare vite umane e sostenere il governo oggi alleato di Caracas. Anche la Chiesa non è rimasta a guardare: Papa Leone XIV, attraverso l'Elemosineria Apostolica, ha inviato un primo aiuto di 100mila euro, deciso dopo i contatti con il nunzio nel Paese, monsignor Alberto Ortega Martín, e l'arcivescovo di Caracas, monsignor Raúl Biord Castillo.
Intanto si continua a scavare tra lacrime e speranza, in un Paese che mostra il volto della sua gente resiliente, ma anche le ferite profonde di un sistema che non ha saputo proteggerla adeguatamente.
Si scava senza sosta, quasi sempre a mani nude perché, se ci sono le ruspe e i macchinari, mancano spesso coloro che sappiano operarli. I migliori tecnici sono infatti emigrati, insieme a un terzo della popolazione, per sfuggire a oltre due decenni di chavismo.